St. Vincent, film dall’accento dolce-amaro: la recensione

La brillante e commovente opera prima di Theodore Melfi nelle sale italiane dal 18 dicembre. La recensione del film St. Vincent con Bill Murray. 

st.vincentVincent non è un santo, eppure, l’incontro con un timido e impacciato ragazzino undicenne gli spiana la strada per diventare, da cialtrone impenitente, saggio nume aureolato. Perché, come insegna il garbato film dell’esordiente Theodore Melfi, anche il più bizzarro dei nullafacenti può aspirare alla santità in terra. La solitudine impietosa del protagonista, nei cui panni dimessi si cala il trasandato e cinico Bill Murray, fa di Vincent il classico flâneur dei quartieri periferici, la cui devozione, dopo il doloroso trauma del Vietnam, va esclusivamente alle corse dei cavalli, agli andirivieni nel bar di fiducia e ai battibecchi con la “donna della notte”, Naomi Watts nelle succinte vesti di una prostituta incinta che intrattiene con lui un rapporto di fidanzamento “a ore”. Tra una birra e l’altra Vincent fa la spola presso la casa di cura dove è ricoverata la moglie malata di Alzheimer alleviando, con le sue premure, il suo forzato soggiorno.

Trascinandosi a stento tra difficoltà economiche e irritante sociopatia, Vincent naviga in acque davvero cattive perché, oltre ad avere un ingente debito con uno strozzino, è perseguitato dalla frenesia del gioco d’azzardo che lo vede sistematicamente perdente. In un giorno come tanti, si ritrova a fare da babysitter a Oliver, figlio undicenne della nuova vicina con cui ha un rocambolesco incontro/scontro nel vialetto di casa. Tra i due nasce e si sviluppa ben presto un rapporto di stima e fiducia reciproca che cambierà le loro vite. Bill Murray, sornione come sempre, è un mattatore istrionico e sopra le righe, capace di fare esercizi aerobici sollevando boccali di birra e di impartire una particolare “educazione sentimentale” a Oliver in locali non proprio a misura di bambino: ippodromi, pub e stanze dotate di sacco per la boxe. Durante il tempo trascorso col ragazzino, gli fa seguire corsi di autodifesa spiegandogli come sopravvivere alle angherie dei compagni di scuola, mentre la madre, infermiera in odore di divorzio, lavora sodo e cerca di non farsi strappare dall’ex marito la custodia del figlio. Tra gli eccentrici personaggi di Mike Leigh e il raffinato humour british delle comedy di Robert Michell, “St. Vincent”, già presentato in anteprima al Toronto International film festival, si inscrive nella tradizione classica delle commedie americane, sfruttando al massimo la lezione dei maestri del genere, sempre attenti alla rappresentazione dell’uomo comune e della sua vita quotidiana.

st.vincent recensionejpgIl “one man show” di Murray, caustico e tenero allo stesso tempo, coinvolge, diverte e fa riflettere, mentre la sua giovane spalla Jaeden Lieberher con all’attivo un solo film, stupisce per la straordinaria prestanza scenica e recitativa. A mezzo tra racconto edificante e romanzo di formazione, “St. Vincent” è sorretto da una fine scrittura e da un linguaggio sobrio e misurato che, senza sbavature e con grande raffinatezza, sa come cucire insieme, e non solo sull’adorabile broncio dell’attore poliedrico, scenette sarcastiche, gag demenziali e battute irriverenti. In perfetto equilibrio tra commedia e dramma edulcorato, l’opera prima di Theodore Melfi, pur riproponendo un’usuale storia di caduta e riscatto che ricalca in malcelata sottotraccia l’anelito dell’ “American way of life”, fa ridere di gusto e sorridere con amarezza, lanciando a briglie sciolte uno showman di grandezza assoluta, il cabarettista Bill Murray, e affidando a Naomi Watts il personaggio grossolano dell’amante sboccata. Una commedia dagli accenti dolceamari che non indulge agli eccessi del melò e tiene alta l’asticella delle stravaganze tra il comico e il grottesco, evitando il rischio agiografico, pur raccontando una parabola di santi laici e contemporanei.

Trailer 

                                                                                                                          Vincenzo Palermo

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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