Anoressia

I Disturbi del Comportamento Alimentare: La Confessione di Tanya vittima dell’anoressia
Quanti anni avevi quando ti sei ammalata?
“Non è semplice rispondere a questa domanda. Non si tratta di una frattura alle ginocchia, che facilmente si riconduce ad un trauma. L’anoressia ha un lungo ed ingannevole periodo di incubazione. Fagocitava dentro di me probabilmente dalla prima infanzia, sono stata sempre di poco appetito. Già alle elementari dispensavo la mia colazione tra gli amichetti più affamati,mia madre si lamentava spesso con il pediatra della mia inappetenza ma lui non se ne preoccupava. Tendeva solo a riempirmi di vitamine. Dunque posso dire che agli occhi altrui mi sono ammalata all’età di quindici anni”.


Che cosa ti spingeva a non mangiare?
“La mente mi spingeva a non mangiare. Sì , solo la mente in quel periodo… il mio corpo si era completamente annullato. Io non ero altro che mente. Non era un fatto estetico… io ho sempre avuto un fisico quasi perfetto. Ci tengo a dirlo per precisare che l’ anoressia non va collegata al desiderio di dimagrire… come l’ignoranza di massa vuol far credere. La mia era difficoltà nel percepire l’amore di chi mi circondava e di contro la tendenza a far miei i problemi degli altri. Questo non faceva che riempirmi di tutto fuorché di cibo,cosi il peso che sentivo di aver addosso pressava la mia anima ed io lottavo per sbarazzarmene, ma intanto mi stava ammazzando. Non mi fidavo di nessuno; ero in lotta con la mia famiglia e di conseguenza mangiare quello che mi cucinavano significava deporre le armi e dichiararmi vinta. Difatti a volte mi capitava di bere e magiare fuori dalle mura di casa”.

Si dice che l’anoressica/o sia vittima di riti a volte spasmodici. Quali erano le tue abitudini in quel periodo della tua vita?
“Meglio dire che l’ anoressica è vittima di un qualcosa che è da ricercare nei vissuti dell’intera esistenza. Questo qualcosa precede l’insorgere della malattia. Io ero dedita alla danza. Più volte si è attribuito ad essa grossa incidenza riguardo al mio male, ma ho potuto di fatto constatare, dopo anni di psicoterapia, che quella era l’unica cosa che facevo con il cuore e non con la mente. E’ vero il mio fisichetto era spesso monitorato, ma erano le punte dei miei piedi mi facevano sentire libera e spensierata e su quelle punte io ancora mi sentivo come realmente ero. Cosa che nello specchio non accadeva. Io non guardavo con gli occhi. La mia vista era offuscata dalla mente. Di riti spasmodici? Ogni istante della mia esistenza doveva esser frutto di calcoli mentali come ogni sorso d’acqua che mi concedevo. Mai un attimo di relax, solo palestra, compere inutili(d’altronde non mi calzava nulla di quello che compravo) però i negozi erano un rito fisso, erano la gloria, un’immane soddisfazione quando le commesse dicevano che la mia taglia non esisteva. Io non ero come le altre coetanee: mia madre finalmente avrebbe dovuto accompagnarmi nei negozi per bambini. La conquista di quelle misure significava ritornare piccina… riprendere quel cordone ombelicale che per me si era spezzato in maniera dolorosa. Per non parlare degli studi. Ero lo scheletro genio. Il mio perfezionismo non poteva cadere dinanzi ad una banale interrogazione di diritto, da qui la propensione per la giurisprudenza. Quando la mia mente si è disimpegnata dagli stupidi calcoli di tutte le calorie assunte ho deciso di utilizzarla per incamerare i lunghi commi dei codici dell’ordinamento italiano!!! Adesso il riposino pomeridiano non me lo toglie nessuno, invece in quegli anni avevo dimenticato cosa significava dormire la notte”.

Quando e come hai capito di essere malata?

“Ho capito di esser malata solo nel momento in cui ho accettato la psicoterapia. Avevo all’incirca diciotto anni… dopo tre anni di conflitti con tutta la mia famiglia. Ricordo in particolare che una notte sognai di battere la testa contro uno specchio dopo che in quello stesso specchio uno scheletro mi aveva spaventata. Mi sono svegliata piangendo. Qualcosa nel mio inconscio si era finalmente smosso. In conflitto con il mio orgoglio il mattino seguente ebbi la forza di digitare il numero dello psicoterapeuta, a cui i miei si erano rivolti, e con voce tremante gli raccontai il sogno e giuro che nemmeno un coltello in gola mi avrebbe fatto più male di quanto mi fece la frase che lui pronunciò. “Quello scheletro sei tu!” esclamò senza mezzi termini. Riagganciai la cornetta del telefono e piansi ininterrottamente, ma più piangevo e più iniziavo a sentirmi leggera. Da quel giorno cominciò la lotta contro il mio vero nemico”.

Quale è stata la causa della tua malattia? La tua famiglia come si è comportata in quegli attimi di immenso dolore?
“La famiglia dell’ anoressica è duramente provata da questo male ed è proprio nel nucleo familiare che bisogna ricercarne il movente. Purtroppo la vera difficoltà per un genitore sta nell’accettare che la propria figlia vuole far pagare qualcosa all’intero nucleo famigliare. La mia…una splendida famiglia che solo la lotta contro l’anoressia mi ha fatto percepire in maniera sana: Mamma una casalinga che ha abbandonato il suo impiego per accudirci, papà brigadiere in polizia,ora è in pensione. Mio fratello skyguard nell’esercito, mia sorella primogenita già madre di due bimbi ed il nonno materno. Una famiglia sempre tanto unita, ma di cui io non percepivo l’essenza, una famiglia che ha fatto sacrifici per regalarmi un’infanzia felice, di cui io non ho alcun ricordo. Come ero da piccina? Ero taciturna, non piangevo quasi mai…non me lo potevo permettere! Mia sorella era nata con un angioma che le impediva di aprire l’occhio sinistro e ricordo che piangeva sempre tanto. I miei non riuscivano ad accettare la cosa ed io come potevo lamentarmi! Io ero sana…avevo due occhi e di questo spesso mi sentivo in colpa. Trascorrevo intere giornate a sfilare con le scarpe alte di mamma o a giocare con le mie bambole. I miei mi riempivano di regali ed io come potevo piangere? Dovevo solo cercare di non far piangere mia sorella. Intanto gli anni passavano ed avevo sempre quell’ occhio in più che mi pesava. Non era giusto che io guardassi con due occhi…allora inizia a guardarmi con la mente”.

Come sei riuscita ad uscirne fuori?

“Sono stata in cliniche e da milioni di nutrizionisti. Quando ero nello stadio grave di anoressia melanconica e continuavo a calare sono scampata alla morte grazie ad una persona che stringendomi la mano è riuscito a placare i miei brividi di freddo e con cui mi sono ritrovata a parlare di cibo solo dopo anni di terapia. Sarebbe riduttivo definirlo il mio psicoterapeuta…lui mi ha restituito alla vita, ricostruendo quel cordone che avevo sentito staccare drasticamente…lui insieme alla mia famiglia e a tanta buona volontà mi ha permesso di esser ancora qui oggi a parlare di queste cose. E’ stato il mio banco di prova…è stata dura! Spesso a momenti di lucidità si alternavano momenti d’ombra…tante ricadute. Bocconi d’amore di persone care mi hanno guarita”.

Cosa pensi dell’anoressia e, più in generale, dei disturbi del comportamento
alimentare?
“Cosa penso dei disturbi alimentari? E’ come chiedere ad una persona cosa pensa dell’autista ubriaco che ha “ammazzato” un suo familiare! Credo che sia ora di smetterla di scaricare sempre le colpe sugli altri, credo che sia ora di smetterla di fare gli spettatori, limitandoci a compatire ragazze che muoiono in passerella. Soprattutto credo che il problema non sia una o due taglie in più nel mondo della moda. Quello che accade in passerella è solo una conseguenza di questo mondo. Quelle modelle che appaiono sempre più vuote sono l’emblema di una società ormai priva di contenuti”.

Quali consigli ti senti di dare alle persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare?
“E’ necessario imparare ad assaporare la vita anche attraverso il cibo. L’anoressica deve riuscire ad accettare la sofferenza come l’acre di un pompelmo.. ad apprezzare l’istante di felicità anche mediante quella mezzora concessa dinanzi ad una pietanza. Riguardo all’anoressia posso dire che è un mostro. E’ qualcosa che ti distrugge bendandoti gli occhi…è un nemico che congela il cuore controllando la tua mente…è una pesante debolezza che si poggia su anime fragili. Credo che non ci siano suggerimenti né dritte standardizzate da dare a chi è nel vortice, ma in base a quanto ho sofferto posso solo implorare chi è vicino alla vittima di non vedere nel cibo l’ unica cura. Questo peggiorerà solo le cose… il cibo diventerà cura per il corpo solo dopo che questo si è ripreso il suo giusto spazio… solo dopo che si sarà saziato d’amore. E’ l’amore in tutte le sue forme l’unica cura. Ragazze solo amando noi stesse potremmo lasciarci amare…”

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Autore dell'articolo: Maria Ianniciello

Maria Ianniciello
Naturopata ad indirizzo psicosomatico. Aromaterapeuta. Diplomata in Naturopatia presso l'Istituto Riza di Medicina Psicosomatica. Lavora sia in gruppo che individualmente con consulenze naturopatiche e sedute di aromaterapia. Giornalista pubblicista. Scrive di benessere, aromaterapia, motivazione al femminile, LifeStyle. Ama la Cultura, in particolare il cinema. Lettrice vorace. Si è laureata in Lettere nel 2005 presso la Seconda Università di Roma con il massimo dei voti.

2 commenti su “Anoressia

    Veggie

    (2 Novembre 2008 - 19:17)

    E’ bellissima questa intervista… Finalmente qualcuno che dice la verità sull’anoressia per averla vissuta sulla propria pelle… Senza le solite frasi fatte da manuale…
    Complimenti per questo post… è bello vedere che c’è chi parla di queste cose, perchè il cuore dell’anoressia è il silenzio… e bisogna rompere il silenzio!
    Lo dice ua che c’è passata…

    Anonymous

    (29 Novembre 2009 - 00:58)

    brava la protagonista dell'intervista che è tornata alla vita vera: fatta di sconfitte e piccole vittorie. non del "delirio di onnipotenza" anoressico^^
    dai DCA si può GUARIRE

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