I Rolling Stones e l’album “Beggars Banquet”: la recensione

Un'immagine del concerto di Roma ©Fanpage del gruppo
Un’immagine del concerto di Roma ©Fanpage del gruppo

 

 

La febbre da Rolling Stones non passa, non vuole passare. Ieri sera Mick Jagger e compagni hanno letteralmente fatto impazzire il Circo Massimo di Roma offrendo uno spettacolo indimenticabile per le migliaia di persone osannanti accorse all’evento. Una lunga festa rock durante la quale la band britannica ha proposto i numerosi successi che hanno segnato l’incredibile carriera, iniziata nel lontano 1962.

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Per i Rolling Stones il tempo sembra non passare mai, almeno per quanto riguarda il livello delle loro performance live sui palcoscenici di tutto il mondo. Grinta da vendere, personalità e carisma che solo la band più importante e influente della storia della musica rock può vantare. Centinaia di milioni di dischi venduti, oltre sessanta album pubblicati, oltre a una collezione infinita di tournée da record in giro per i cinque continenti, per stregare più generazioni con la sola forza della musica.

I Rolling Stones sono oltre il rock, alchimisti che hanno sempre miscelato generi diversi, dal blues al pop, dalla psichedelia alla dance. Un gruppo di amici, bad boys degli anni Sessanta e Settanta (in contrapposizione ai più “puri e angelici” Beatles), che tanto hanno fatto discutere per gli eccessi delle loro vite (secondo la nota formula “sesso, droga e rock & roll”). Oggi li ritroviamo più che settantenni ma con ancora tanto da dire ai propri fan e da insegnare anche alla nuova generazione di cantanti e band, inevitabilmente influenzati dall’arte e dallo stile firmato Rolling Stones.

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1968
I Rolling Stones nel 1968

Difficile, quasi impossibile, indicare un solo album che possa rappresentare e racchiudere al meglio la qualità e la varietà artistica della band inglese. Le fasi di produzione nella storia dei RS sono varie e molto diverse tra loro. Se proprio volessimo scegliere un titolo, ecco che la mente va ai primissimi lavori in studio di Mick e soci, a quegli anni (a cavallo tra Sessanta e Settanta) così fertili e sorprendenti, talvolta difficili, ma carichi di energia e spudoratezza sempre pronte ad esplodere. “Beggars Banquet” del 1968 è uno dei migliori album non solo dei RS ma di tutta la storia della musica rock. Sarà per l’anno in cui è stato partorito e pubblicato, quel Sessantotto simbolo della protesta e della rabbia giovanile che hanno animato le piazze e le strade di mezzo mondo (manifestazioni a cui lo stesso Jegger partecipa attivamente). Sarà, forse, per il gusto blues che torna ad impreziosire le canzoni della band, tornata ad essere, dopo una fase soft e pop, cattiva e sfacciata.

In “Beggars Banquet” la chitarra di Keith Richards è padrona assoluta della parte musicale, condita dall’ottimo lavoro pianistico di Nick Hopkins. I testi trasudano malcontento, ansia, voglia di riscatto e di rivoluzionare le cose. I RS si schierano dalla parte dei giovani e degli operai, la voce di Mick grida ed esplode di rabbia. Il pezzo più intenso e spiazzante dell’intero album-capolavoro è “Symphaty for the Devil”, una specie di sabba demoniaco in cui si danza a ritmo di samba, cattiva quanto basta, inquietante al punto giusto, con un credibilissimo Jegger nei panni di un Messia giunto a salvarci ( o condannarci) per l’eternità.

“Dear Doctor” è una scia di luce country che squarcia il cielo e illumina l’atmosfera di vivacità, preparando il terreno alla più allucinata e allucinante “Jigsaw Puzzle”. Si sogna ad occhi aperti con le note di “No Expectations”, vestita con un abito acustico con eleganza, gusto e raffinatezza. Si torna a combattere in “Street Fighting Man”, pezzo che apre la seconda parte del disco. Un brano granitico, un blocco di marmo sul quale è scolpita la rabbia dei giovani nei confronti di una politica che porta soltanto dolore e morte in questo mondo già sofferente e turbato da ingiustizie, guerre e malattie.

Il blues, tanto caro ai Rolling Stones, torna ad affacciarsi alla finestra di “Stary Cat Blues”, una canzone che narra una storia triste e difficile da digerire, il cui protagonista è un pedofilo. Per questa traccia, Mick e Keith hanno utilizzato la base musicale di “Heorin” dei Velvet Underground. L’album prosegue con l’onirica “Factory Girl”, dal sapore folk e dagli arrangiamenti minimal. Affascinante e sempreverde, “Salt of the Earth”, caratterizzata da un gospel corale, una sorta di preghiera rivolta ai soldati in Vietnam, alle loro mogli e ai figli che attendono con ansia il loro ritorno.

“Beggars Banquet” è l’album che ha cambiato tutto dei Rolling Stones. Dal punto di vista musicale, con le sue sperimentazioni rock, blues, folk, lasciando quasi tutto in mano, testi compresi, alla coppia (Jagger/Richards); ma anche dal punto di vista personale, essendo l’ultimo lavoro eseguito con il musicista Brian Jones, cacciato dalla band per motivi di droga e per i suoi problemi con la giustizia, e successivamente trovato morto annegato nella piscina di casa sua. Un disco molto attuale e ribelle: nonostante le 46 primavere, “Beggars Banquet” è una pietra rotolante della storia della musica che riesce ancora oggi ad abbattere il muro della noia, della banalità e della falsità.

Silvia Marchetti

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Autore dell'articolo: Silvia Marchetti

Silvia Marchetti
Silvia Marchetti, nata a Mirandola (Modena) nel 1981, è giornalista pubblicista e web designer. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, si occupa da anni di Cultura e Spettacoli, pubblicando articoli, recensioni e interviste relative al mondo del teatro, del cinema e, in particolare, della musica. Tra le sue passioni, la buona cucina, i concerti, la moda e Milano, città in cui ha deciso di vivere.

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