Raf: «Nel nuovo album? Sono Io, paradosso che fa musica»

Raf, in questa intervista, parla del nuovo album "Sono io": undici canzoni energiche e autobiografiche. 

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Avanti e indietro nel tempo e nella musica assieme a Raf. Uno che ha la dote rara di essere un artista di successo e rimanere assolutamente tranquillo, coi piedi per terra, attaccato ai valori italiani più antichi e tradizionali. Cosa ancora più strana (anzi, “paradossale”, come lui stesso si definisce nella title track del disco) per uno che ama alla follia le innovazioni tecnologiche e l’elettronica, tanto da collezionare marchingegni di ogni tipo. Dopo i “Numeri” del 2011, Raffaele Riefoli torna con un nuovo album che più autobiografico non si può. “Sono Io” è la tredicesima fatica in studio del musicista pugliese, in uscita il 30 giugno. E ci viene da dire che difficilmente una summa migliore di cosa sia davvero il cantante di Margherita di Savoia sia rintracciabile altrove. 11 tracce in cui Raf torna a sposare la sua amata elettronica, pezzi pieni di energia, dolci ballate pop, una scrittura fresca e anche una canzone in inglese, lingua che lo lanciò nel 1984 con “Self Control”. Oggi, dopo più di 30 anni, il cerchio sembra chiudersi tornando al punto di partenza con un disco che dona leggerezza senza essere banale, in cui Raf è quasi costretto a uscire dai binari delle sue adorate canzoni d’amore per tornare a raccontarci il quotidiano e il sociale, senza il fioretto della chiave acustica ma con la ruvidità e la forza di quella elettronica. A Cultura & Culture, Raf ha raccontato “Sono Io” in modo delicato ed elegante. Esattamente come la sua musica.

Raffaele, il nuovo album “Sono Io” sembra molto legato a quello che era il Raf degli anni ’80: c’è infatti tanta elettronica e ricompare anche la lingua inglese. Nella title track, poi, tu dici: “In questa era degli eccessi, io sono il paradosso”. Mi dici che paradosso sei?

Sono il paradosso perché spicco per mancanza di eccessi. Mentre l’italiano medio, delle volte, vive solo di quelli! Uno come me, che ormai da tanti anni è un padre di famiglia, ha pochi amici e va a giocare a calcetto, conduce una vita assolutamente normale. E poi rimango giorni e notti chiuso nel bunker a scrivere canzoni. Quando vado in tournée o faccio un nuovo disco, non mi pongo mai il problema di dover apparire a tutti i costi, di dover fare qualcosa che non sia strettamente legato ai miei punti fermi. Sono un paradosso perché faccio musica, sono su un palcoscenico, sono sotto i riflettori. Però questo lo puoi fare, anche oggi, nella maniera più semplice, così come faccio io. Voglio dire, tra me e Miley Cyrus ce ne passa!

A proposito di semplicità, “Numeri” del 2011 era un disco centrato sulle ballate, mentre “Sono Io” è molto più energico e dance. Ti chiedo: ti mancava l’elettronica?

Sì. Negli anni ho collezionato sintetizzatori analogici e mi sono sempre dedicato alla nuova tecnologia. Voglio dire, il mio approccio alla musica non è da cantante né da cantautore: quando faccio un disco suono tanti strumenti impensabili e mi registro da solo per più del 50% dei brani, tipo one man show! Certe volte ho anche pensato di fare un tour da solo, ma non tipo piano e voce, bensì con tutto quello che utilizzo. Chissà se un giorno mai lo farò. Ma non per megalomania, perché ovviamente mi avvalgo di collaborazioni. Ad esempio il nuovo singolo che uscirà, “Eclissi Totale”, è prodotto quasi esclusivamente da Luca Vicini dei Subsonica. Mentre quasi tutti gli altri pezzi sono cose su cui sperimento, arrangio, suono. Questa è la mia attitudine. Quindi sì, l’elettronica mi è mancata perché, dal techno-pop degli anni ’80, ha avuto per me un ruolo importantissimo, più di qualsiasi altra cosa. La tecnologia elettronica mi affascina tantissimo.

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Allora la tua vera anima musicale qual è: acustica, elettronica o un mix di entrambe?

È una sorta di mix, ma se dovessi contare il tempo che passo a sperimentare sonorità, l’elettronica vince di sicuro sullo strimpellare con la chitarra acustica. Lo faccio istintivamente, quindi deduco di preferirlo.

Ci racconti come nasce questo disco?

Nasce da un periodo che ho passato negli Stati Uniti, non per fare il disco ma per vivere un’esperienza con la mia famiglia. Volevo conoscere meglio questo Paese che amo molto e odio molto allo stesso tempo, perché è un luogo di grandi contraddizioni. Questo mi affascina, non si finisce mai di conoscerlo. Le canzoni del nuovo album le ho scritte proprio in quella fase della mia vita.

Anche “Pioggia e Vento”, un pezzo sull’emarginazione?

Con questa canzone volevo semplicemente parlare di quello che ci circonda, come ho sempre fatto. Mi piacerebbe, in futuro, non sentire più l’esigenza di parlare di queste cose ma magari scrivere solo canzoni d’amore. A volte viviamo attraverso la televisione momenti orribili vissuti realmente da delle persone. Alcuni si sentono impotenti, altri sono del tutto indifferenti, perché poi subentra l’abitudine a tutto. Nel mondo ci sono dei ricchi sempre più ricchi e un ceto medio che si è impoverito, e quindi siamo tutti più insoddisfatti. I miei genitori, ad esempio, erano felici con poco. A noi invece è stato dato qualcosa e poi è stato tolto. Tutto questo rende il mondo un posto difficile e quindi siamo tutti più egoisti e sempre meno disposti a capire le persone che scappano da scenari di guerra per andare a trovare una vita possibile. È difficile trovare un rimedio a una situazione del genere e io non do credito a chi pensa di avere in mano una soluzione politica, perché secondo me non esiste.

Si sa che Raf è un perfezionista. Mi dici un pregio e un difetto di “Sono Io”?

Da ipercritico, ti direi che è una schifezza! Non mi accontento mai, quando ho finito un disco ne vorrei fare subito un altro perché penso che si possa sempre migliorare. Quando incido un album, questo deve sembrare una cosa semplice a chi lo ascolta, fatto di canzoni di musica “leggera”. Ma per me il compito è tutt’altro che leggero! Ogni brano è un lavoro certosino di sperimentazione sonora: passo ore nello studio, i pezzi li rimetto sempre in discussione. Così come le parole! Scrivo tante canzoni d’amore, l’argomento è più o meno lo stesso ma tu lo devi dire in modo diverso, c’è una ricerca filologica per arrivare a quelli della mia generazione ma anche ai più giovani. Alla fine di un disco io non mi aspetto che sia perfetto, ma voglio che stia al limite, al confine oltre il quale non è più musica leggera. Per le persone, invece, deve essere comprensibile, godibile ed immediato.

Come mai questo nuovo album è uscito a così tanta distanza da Sanremo?

Quella famosa broncopolmonite che mi ha tormentato durante il Festival poi è durata altri 4 mesi, quindi non ero in grado di cantare perché continuavo a tossire come un dannato! Anche in studio, ovviamente, proprio non ci riuscivo. Ho dovuto aspettare che mi passasse, insomma.

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Autore dell'articolo: Paolo Gresta

Paolo Gresta
Paolo Gresta è nato a Roma nel 1977. Laureato in Lingue, con una specializzazione in Editoria e Scrittura, è giornalista pubblicista e collabora da anni con riviste e magazine online con articoli di cultura, spettacoli, musica e sport. Tra i suoi interessi principali ci sono la letteratura, i concerti, i viaggi e la scrittura”

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