Mon roi: trailer, trama e recensione del film

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Mon roi, recensione – Non è semplice raccontare una storia d’amore e le sue conseguenze cercando di farlo in modo personale, non troppo scontato e anche credibile. Mon roi diretto da Maïwenn Le Besco ci riesce. In sala dal 3 dicembre (distribuito da Videa), siamo sicuri che abbia le carte per conquistare anche lo spettatore più restio alla lacrima. La regista di “Polisse” (Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2011) riesce ad offrire uno sguardo femminile e, al contempo, distaccato. Il lungometraggio si apre sull’incidente che ha creato il danno fisico a Tony (Emmanuelle Bercot), non lo vediamo completamente, ma intuiamo la dinamica quando ci viene presentata la protagonista nel suo ogg. Si viaggia, infatti, tra i diversi piani temporali ed è questa scelta di incastri tra passato e presente (con i flashback) che riesce a creare un distacco emotivo nella stessa donna, la quale, con occhi diversi, ripercorre ciò che è stato. Mentre fa fisioterapia sentiamo come «il ginocchio sia un’articolazione che si piega solo indietro» ed intuiamo che quella battuta non sia lì a caso. Al di là della considerazione tecnica, personalmente ci trasmette quella che può essere una debolezza umana: aggrapparsi a ciò che si è vissuto come se non possa più tornare. È questa la sensazione che si prova, anche un po’ in empatia con Tony, mentre assistiamo allo scoccare della scintilla tra lei e Georgio (un Vincent Cassell davvero charmant) perché pur immaginando come sia andata a finire tra i due, in quell’hic et nunc si vuole sognare e assaporare quelle note dolci, ma mai sdolcinate di quando si è nel turbuillon d’amour. Così come si è saliti alle stelle, la coppia (forte della sceneggiatura scritta a quattro mani con Etienne Comar) si distrugge e l’uno distrugge l’altro.

Mon roi diventa, in particolare, il viaggio allo specchio di una donna che in quel tempo concessole (forzatamente) dalla riabilitazione fisica, si pone delle domande rispetto a quell’uomo che era (o è?) il suo re e soprattutto su se stessa. Il pubblico la segue passo passo in questa riappropriazione di sé, dei suoi spazi, del suo corpo e anche di quei sentimenti fatti a brandelli. La regista francese ha scelto un cast abile nel dar corpo a dialoghi che ben rendono la crudeltà a cui si può arrivare quando qualcosa si è spezzato, dando vita a meccanismi di ripicca ed egoismo, con l’altro che viene fatto fuori dalla propria orbita anche se di mezzo può esserci un figlio. La Bercot è stata premiata con la Palma d’Oro come Miglior Attrice all’ultimo Festival di Cannes (ex aequo con Rooney Mara per “Carol” di Todd Haynes) ed effettivamente rende alla perfezione quella tavolozza di emozioni da cui è attraversata Tony.

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Nonostante la durata un po’ eccessiva (128′), Mon roi regge il ritmo narrativo, non ci sono cali nel sentimentalismo e questo è un grande pregio, dato che il rischio è dietro l’angolo per il melodramma. Il suo sviluppo drammaturgico ci fa pensare, con le dovute differenze, a un nostro titolo italiano, “Nessuno si salva da solo” di Sergio Castellitto, in cui, a suo modo, c’era una resa dei conti e ancor più una somatizzazione di quella sofferenza interna (in quel caso il personaggio interpretato dalla Trinca soffriva di anoressia). Mon roi mette in scena gli effetti devastanti che il tipo di uomo “tombeur de femmes” può avere su una donna completamente rapita da lui e gioca con l’idea di come l’essere umano possa essere “masochista” o non guardare in faccia la realtà solo perché, forse, è accecato dall’amore. Non ci sono filtri in questo racconto ed è proprio questo il “bello” che fa sentire quel dolore, tanto più in certi punti, sulla pelle dello spettatore. Vi lasciamo alla visione per scoprire se Tony sceglierà di camminare con le proprie gambe e fino a che punto si può reiterare in qualcosa che ci fa male.

Mon roi, trama – Tony (Emmanuelle Bercot) è un avvocato, ma non la vediamo mai nell’esercizio della sua professione. In un’ordinaria serata in un locale conosce Georgio (Vincent Cassel) ed è subito catturata dal suo fascino. L’uomo solitamente ha frequentato belle donne, modelle e certi ambienti; ma anche lui resta affascinato dalla donna. Tutto appare perfetto tra di loro, ma di fronte alla notizia dell’attesa di un bambino qualcosa si sgretola e ancor più col tempo riaffiora il desiderio di avere i propri spazi, la condivisione e la convivenza non sono semplici. Conosciamo tutto questo background tramite i flashback che la donna rivive mentre compie riabilitazione a causa di un incidente sugli sci. Ed ecco il trailer.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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