Milano, Expo 2015: Il Padiglione della Svizzera

expo-milano-2015-padiglione-svizzeraContinua il nostro tour in Expo Milano 2015 e, questa volta, vi portiamo nel Padiglione della Svizzera, per noi tra i più “democratici” e originali per l’idea insita nelle torri. Le potrete vedere in lontananza, pronte a lanciare dalla loro altezza il messaggio per “nutrire il pianeta”. Per chi ancora non lo sapesse, dal sito ufficiale del padiglione o recandovi in anticipo all’ingresso, potrete prenotare la visita alle torri; nel frattempo potrete visitare gli altri padiglioni, dove c’è una lunga fila da fare e poi, puntuali come un orologio svizzero, basterà che vi presentiate alla base per salire e scoprire fino a che punto sono state “mangiate” le torri. Esse racchiudono in sé un concetto semplice, ma mai banale e di cui spesso ci dimentichiamo: le risorse del nostro pianeta, anche quelle che la natura ci fornisce, non sono inesauribili, dipendono dalla nostra responsabilità. «I visitatori accedono alle torri attraverso gli ascensori e, una volta arrivati in cima, possono servirsi di prodotti», scelti anche in base alla loro durabilità in previsione dei sei mesi di Expo Milano 2015, oltre a essere rappresentativi della Svizzera. Stiamo parlando di acqua (proveniente dalla falda freatica locale), sale (dalle saline svizzere), caffè (Nescafé liofilizzato) e mele (a rondelle). «Man mano che le torri si svuotano, le piattaforme su cui esse poggiano si abbassano, modificando la struttura del Padiglione Svizzero. Il progressivo svuotamento delle torri è registrato in tempo reale e può essere seguito anche sui media sociali». Questo meccanismo è davvero esemplificativo del comportamento umano, ci basti sapere che le rondelle di mele e i bicchieri d’acqua al quarto piano sono finiti dopo solo due settimane e mezzo. Si vuole educare alla “responsabilità condivisa”, è come se ognuno di noi si trovasse di fronte alla domanda: chi è più importante io o gli altri?

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E se risponde egoisticamente fa incetta del prodotto, come quando si è al supermercato, anzi qui la logica commerciale dell’invogliare all’acquisto è apparentemente più tendenziosa dato che è gratuita, alla portata di tutti, a meno che non entri in azione il nostro grillo parlante o un’educata ʻsentinellaʼ, pronta a ricordarci lo spirito di questo concept in un’ottica di interazione attiva e umana e non solo tecnologica. A questo nucleo principale, sviluppato in altezza, si aggiunge la ripartizione del progetto curato dalla Svizzera in altre esposizioni: “Acqua per l’Europa”, dedicata ai quattro cantoni (San Gottardo, Grigioni, Uri, Ticino e Vallese), le città che si mettono in mostra – dopo Basilea, noi abbiamo ammirato Zurigo a cui seguirà Ginevra – e ancora l’esposizione interattiva di Nestlé. E poi la ciliegina sulla torta… la chicca che ci ha colpito in particolar modo salendo sulla terrazza di legno, che ricorda alcune strutture proprie di questa nazione e che ci ha fatto riflettere su come l’arte – in questo caso contemporanea – sia in grado di tematizzare il cibo. Nel Padiglione della Svizzera potrete vedere, infatti, l’opera realizzata da Daniel Spoerri. Spesso e volentieri si ha l’idea che l’arte contemporanea sia poco accessibile dal punto di vista dei significati; quando, però, ci si avvicina a quest’opera creata dall’artista svizzero si viene inevitabilmente attratti dal disegno che c’è dietro, ci sembra di sfiorarlo, afferrarlo e si nutre il desiderio di andare ancora più a fondo. Questa visita instilla la curiosità di conoscere l’artista. Tra le strade battute in cui cerca la propria, Spoerri arriverà col tempo all’“Eat Art”, «inventando i tableaux-pièges (quadri-trappola), incollando oggetti di uso quotidiano su tavole, resti di un pasto apparecchiato, rimasugli di un rito bloccato in fermo-immagine, tavole in decomposizione, metafora di una vita in cui tutto è destinato a divenire relitto e a nascere nuovamente sotto altre spoglie. Ricompare così il concetto dadaista dell’artista che trasforma l’oggetto comune in oggetto artistico solo attraverso il ponte del suo gesto demiurgico». Spoerri, lavora, quindi su questo fronte arte-cibo dagli Anni ’60. Nell’opera creata appositamente per Expo Milano 2015, intitolata “Meissen Porzellan Puzzle”, capovolge l’idea comune della tavola e la verticalizza, in più usa come materiale la porcellana suggerendo fragilità – e chissà, forse ancora una volta la precarietà delle risorse – e, allo stesso tempo, purezza. Sperando di avervi fatto fare virtualmente un piccolo tour, avrete intuito che l’idea di definire il Padiglione della Svizzera tra i più “democratici” deriva dalla libertà di scelta che lo spettatore ha di dirigersi dove meglio preferisce, dove sente più attrazione a pelle o anche solo per tema, il tutto senza file chilometriche. Al contempo, però, ci sono anche delle “sentinelle”, pronte a intervenire, soprattutto nelle torri, a mo’ di guida. Non è semplice trovare il giusto equilibrio tra non far sentire allo sbaraglio il visitatore e, parallelamente, dargli la possibilità di soffermarsi su ciò che lo colpisce senza avere la fretta/pressione di dover andare avanti in un percorso precostituito. Tra i tanti padiglioni visitati a Expo Milano 2015, il Padiglione della Svizzera ci sembra tra quelli che più ha avuto in mente questo aspetto. Forse non vi saranno chissà quali effetti speciali, ma le idee sviluppate sono strettamente connesse a quello che è il focus di Expo e perciò si è rivelato tra i più interessanti. Ogni elemento, dalle torri alle esibizioni a quest’opera di Spoerri, si lega l’uno all’altro con coerenza stimolando alla riflessione, all’ascolto della natura, all’osservazione. A voi, anzi a noi, cogliere questi input e non solo nel momento estemporaneo della visita. Voto: (3,5 / 5)

Maria Lucia Tangorra

Si ringrazia l’ufficio stampa del Padiglione Svizzero, nella persona di Nadia Maria Nacca

 

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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