Mia Madre: trailer e recensione del film di Nanni Moretti

Mia Madre, il nuovo film di Nanni Moretti, è al cinema dal 16 aprile 2015. Nel cast anche Margherita Buy e John Turturro. Ecco il trailer, la trama e la recensione della pellicola che sarà in concorso a Cannes 2015.

Voto: (4,5 / 5)

«È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore». Assistendo alla visione dell’ultimo film di Nanni Moretti, Mia madre, riaffiorano alla mente questi versi di Pier Paolo Pasolini in “Supplica a mia madre”…e ancora: «Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù. Ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso».

Proprio come il poeta riesce a descrivere in maniera così intima e, al contempo, forte la condizione di figlio, così il regista di “Habemus Papam” (2011) tramuta in immagini per il grande schermo le sue emozioni, quell’esperienza molto autobiografica in qualcosa che tocca tutti, non solo in quanto figli. Quel sentimento di inadeguatezza che tanto pervade i lavori di Nanni Moretti, e con cui fa i conti attraverso la Settima Arte, non può lasciare indifferenti, sfiorando anche chi appare come il più sicuro di sé. Ciò che colpisce sin da subito di Mia madre è la scelta di affidare a Margherita Buy il ruolo del suo alter ego sullo schermo – sia Moretti che l’attrice hanno nella finzione gli stessi nomi della realtà. L’opera si apre con lo spettatore che guarda una scena del film che Margherita sta girando: gli operai di una fabbrica stanno protestando e la polizia risponde in tenuta antisommossa. La donna sta realizzando un lungometraggio «sulle persone che perdono il lavoro» e già dalle prime battute intuiamo come dietro la gestualità o alcune riflessioni ci sia la personalità di Moretti e il Moretti regista – basti pensare all’indicazione che dà agli attori: «fai sentire l’attore accanto al personaggio». Suona criptico agli interpreti sul set e lo spettatore sorride quando la ascolta, ha quasi un retrogusto marzulliano, ma scopriamo che è proprio una frase che l’autore di “Ecce bombo” (1978) pronuncia nel corso del suo lavoro con gli attori.

Dopo un primissimo piano degli occhi della Buy, ci ritroviamo in ospedale dov’è ricoverata sua madre (una straordinaria Giulia Lazzarini) e, fotogramma dopo fotogramma, scopriamo qual è la situazione attuale di Margherita, soprattutto sul piano emotivo. A cospetto della morte, di fronte alla possibilità della perdita di una delle persone più care, scatta in lei inevitabilmente un viaggio interiore. A stimolarla sono le persone che le gravitano attorno, anche solo attraverso uno sguardo o un gesto o con parole che le risultano come una doccia fredda. Si va dal compagno Vittorio (Enrico Ianniello) alla figlia (Beatrice Mancini), dalla troupe che la circonda sul set all’attore americano protagonista del suo film, Barry Huggins (John Turturro), fino a suo fratello (un Moretti che gioca in sottrazione).

La sceneggiatura a sei mani di Mia Madre, opera di  Francesco Piccolo e Valia Santella, è riuscita a declinare il sentimento di inadeguatezza non solo nella protagonista, ma anche in alcuni personaggi toccando diverse sfumature. Ianniello è preciso e puntuale nel dar corpo a un uomo che deve “proteggersi” dall’amore (e non vogliamo aggiungere altro), così come Turturro, in stato di grazia, dà sfogo a quel senso di sproporzione e manchevolezza che gli “buttano” in faccia. La Buy, che spesso ha affrontato personaggi nevrotici, qui con misura incarna le angosce e la vulnerabilità di una donna assecondata da una regia lirica e asciutta (indimenticabile la sequenza della fila interminabile in attesa di entrare al cinema Capranichetta per vedere “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders).

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In “Sogni d’oro” (1981) era Nanni Moretti a interpretare un regista vestendo i panni di Michele Apicella, personaggio ricorrente nel suo primo periodo. In una scena in cui si rappresentava una conferenza stampa un giornalista affermava: «lei ci ha parlato dei fatti suoi, di una sua esperienza personale, tra l’altro molto limitata» (il film riguardava i giovani) e a ciò Apicella rispondeva: «i miei film possono sembrare naturali, spontanei, improvvisati, ecco voi non capirete mai la tensione e la fatica che c’è dietro il mio lavoro». L’idea del mettere in scena una conferenza stampa torna anche in Mia madre (la risposta di Margherita è diversa) e anche qui emerge l’intelligenza sarcastica non solo nel modo di raffigurare i giornalisti, ma anche per la messa in quadro. Stupisce, per quanto sia in linea con il “personaggio” Moretti, come riesca anche a prendere in giro se stesso (sempre con rispetto e stile) e il “potere” del regista, ma colpisce anche profondamente al cuore – senza mai essere retorico – come riesca ad avvolgere lo spettatore con delicatezza, dai sogni di visione alla realtà.

Se con “Palombella rossa” (1989), suo quinto lungometraggio, si era spinto ancor più nella sperimentazione formale dando vita a un linguaggio che riusciva a restituire la sovrapposizione dei diversi piani, in Mia madre dimostra di padroneggiare quegli stessi livelli – reale, sogno, immaginazione o ricordo – «perché tutti (lo ha dichiarato Moretti stesso nella conferenza stampa del 13 aprile) convivono in Margherita e con la stessa urgenza». Ci teniamo a sottolinearlo, Mia madre non è un film che tematizza il complesso edipico, ma s’interroga e ci interroga sull’elaborazione del lutto – reale e non.

Capita che alla fine di un film si senta in maniera preponderante quanto quella storia sia autoreferenziale, appartenente solo a chi l’ha diretto tanto più quando è autobiografico, ma qui il Cinema si manifesta nella sua funzione di linguaggio universale e intimo – un valore che emerge ancor più se si pensa a come viene messa in scena l’incomunicabilità. In Mia Madre Nanni Moretti sfiora le corde di ognuno, mantenendo coerentemente il percorso stilistico, di contenuti ed emotivo, toccando scatole interne a cui ciascuno potrebbe rispondere a suo modo per fare i conti con alcuni scaffali vuoti e con il domani.

Trailer del film “Mia Madre” di Nanni Moretti

Maria Lucia Tangorra

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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