Intervista a Maria Amelia Monti, a teatro con “La scena” di Comencini

Volto celebre della televisione, Maria Amelia Monti è attrice che nasce in teatro, a Milano, e che continua a recitare sui palcoscenici italiani da più di 25 anni. Nota al grande pubblico per la partecipazione alla TV delle Ragazze prima e alla sitcom in coppia con Gerry Scotti, “Finalmente soli”, poi. Teatro, cinema e televisione, si divide egregiamente tra queste tre realtà e la sua famiglia. L’abbiamo incontrata in prossimità del debutto romano di una nuova commedia scritta da Cristina Comencini. Un ciclone di cordialissima simpatia.

La scena ©Fabio Iovino
La scena ©Fabio Iovino

 

Maria Amelia, stai per debuttare al Teatro Ambra Jovinelli di Roma (dal 23 ottobre, ndr) insieme ad Angela Finocchiaro e Stefano Annoni con la commedia “la scena”, di Cristina Comencini. La storia di due donne, apparentemente agli antipodi, che esprimono un disagio in modi diversi, giusto?

Beh, intanto fammi dire che, pensando a Cristina Comencini, si è portati a pensare subito a “Se non ora quando”, ai diritti delle donne, ci si aspetta magari una commedia femminista… un termine obsoleto che fa sorridere. Lei lo è, ma la cosa che mi è piaciuta subito di questo testo è il fatto che la commedia non tratta solo il disagio di queste due donne, ma anche del disagio degli uomini. Questo atto unico, è come un lungo chiacchiericcio notturno tra due amiche e un ragazzo che sta in mutande per tutta la durata dello spettacolo, in cui i ruoli si scambiano in continuazione… a momenti per noi è come un figlio, in altri c’è una tensione erotica, in altri ancora io e Angela diventiamo delle streghe insopportabili, oppure lui è il violento. Ecco, la Comencini, tramite questo frenetico scambio di ruoli, fa capire il profondo disagio esistente tra l’uomo e la donna. Le donne si sono molto evolute e in qualche modo hanno tolto all’uomo il ruolo che aveva prima, ma il testo afferma che siccome le donne hanno bisogno degli uomini e viceversa, bisogna che questo momento diventi un’opportunità per trovare un equilibrio diverso ma che sempre comprenda l’uomo e la donna.

La scena ©Fabio Iovino
La scena ©Fabio Iovino

E tu, in questa commedia, sei una donna molto disinibita mentre la Finocchiaro vuole incontrare gli uomini soltanto sulla scena.

Sì, io sono Maria, una donna separata, madre di due figli, dirigente di banca, molto emancipata, a cui piacciono tantissimo gli uomini. Per cui si capisce che nei week end, quando i figli stanno con il suo ex marito, lei si porta a casa sempre qualcuno. Trovandosi sempre in situazioni molto complicate, improbabili, anche pericolose. Lei beve anche, e la mattina dopo si ritrova con uomini di cui non sa nulla. La sua amica, interpretata da Angela Finocchiaro è una che ha avuto esperienze pesanti con gli uomini e il rapporto con loro lo sublima coi personaggi teatrali, da Otello ad Amleto ad altri, trovandoli più interessanti di quelli reali. Questa Lucia, mi salva da situazioni imbarazzanti. E’ anche la storia di una bella amicizia, queste due donne potrebbero rappresentare due lati di una stessa persona. La scrittura della Comencini è molto bella.

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 ©Stylaz Photomovie
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Il vostro collega Stefano Annoni, in scena, è un uomo molto più giovane di voi. Tu, Amelia, come vedi il fenomeno dei cosiddetti “Toy boys”?

Mah! Io non lo giudico. A me personalmente, i giovani mi aumentano l’insicurezza, mi inibiscono, davanti a loro mi sento ancora più vecchia. Mentre se trovo un bel tardone mi sento più giovanile, capito? (ride) Non che mio marito sia un tardone, ma non è certo considerato un sex symbol, ecco, tantomeno un toy boy.

Nonostante il tuo successo in televisione, con la conseguente popolarità che questa regala, tu hai sempre fatto tanto teatro. E’ una valvola di sicurezza questa? In passato non sei stata tenera nei confronti della televisione.

Io penso che il teatro sia la base del mio lavoro. Lo faccio da quando avevo 19 anni e continuo a farlo ogni anno, con le tournèe. C’è una categoria di attori che considera il teatro come un riempitivo delle pause che hanno mentre fanno altre cose, capisci? Oppure… non c’è lavoro, faccio il teatro! Per me non è mai stato così! Il teatro è un appuntamento che dai al tuo pubblico nei vari teatri d’Italia. Sono più di 25 anni che lo faccio, mi accorgo che quando vado in una città, magari ogni due anni, il pubblico ti aspetta se gli hai dato un buon prodotto. E’ la base. Io non do giudizi duri sulla televisione. Personalmente, grazie alle sit-com che ho fatto con Gerry Scotti, tanta gente poi è venuta a vedermi in teatro. Magari è venuta la prima volta convinta di trovare Gerry seduto in platea, ma poi hanno visto un bello spettacolo, hanno capito che il teatro può anche divertire, che è alla portata di tutti, non è una cosa irraggiungibile. Ci sono tante persone che non hanno mai messo piede in teatro, perché chissà cosa pensano. Oggi poi ci sono tante di quelle offerte, riduzioni, last minute, che non è impossibile, dai. Il problema è fare le cose bene, sia in tv che in teatro. Si può fare bella televisione e brutto teatro, non è che se uno fa teatro è automaticamente bravo, ci sono anche spettacoli teatrali brutti. E’ sempre una questione di qualità offerta.

Per una donna, è più difficile riuscire a far ridere?

Ma guarda, io faccio più fatica a far piangere! Per come sono fatta, mi riesce molto facile far ridere piuttosto che muovere altre corde. Sinceramente no, non penso. Abbiamo l’esempio di un sacco di attrici brillanti, da Franca Valeri a Monica Vitti, da Lina Volonghi a Bice Valori, donne che hanno fatto ridere tanto il pubblico. Penso che sia un pregiudizio o un luogo comune pensare che un uomo faccia più ridere di una donna. Si è anche sfatata la convinzione che per far ridere si debba essere brutti. Pensa alla Cortellesi… Oltretutto ti dico che una delle prime cose che ho fatto in televisione era la TV delle ragazze, con Serena Dandini e Valentina Amurri e lì c’era una carrellata di talenti comici straordinaria: Monica Scattini, Lella Costa, Sabina Guzzanti, Angela Finocchiaro, Francesca Reggiani, Cinzia Leone. Vedi quante donne?

Maria Amelia Monti attriceNella passata stagione ti vidi per la prima volta dal vivo nel Teatro Sala Umberto di Roma con una deliziosa commedia, “Tante belle cose”, scritta da tuo marito (Edoardo Erba, ndr) in coppia con Gianfelice Imparato. Ti sei mai chiesta come mai quel tipo di personaggio che interpreti, un po’ trasognato, sulle nuvole, che hai fatto anche nelle sitcom, piace così tanto? E’ un bisogno del pubblico, o cos’altro?

Sinceramente non so risponderti, è una domanda che devi fare agli spettatori. Penso che ci siano due categorie di attori: quelli che vanno verso il personaggio e quelli che portano il personaggio verso di loro. Io, e mi rendo conto che questo può essere un difetto, lo dico contro il mio interesse, sono una che appartiene più alla seconda categoria. Non vuol dire fare sempre me stessa, ma utilizzarsi, elaborare il personaggio secondo la propria personalità. No, non me lo sono mai chiesta. Ma i meccanismi che scattano nel pubblico sono imprevedibili… mi viene anche da ridere se penso che spesso mi scambiano con la Finocchiaro e lei con me, è incredibile! Angela spesso mi racconta che in taxi le fanno i complimenti e poi, alla fine, le chiedono di salutare Gerry Scotti! Oppure a me succede che mi dicano che ero divertente a Zelig quando facevo la casalinga che sniffava la cocaina, personaggio della Angela! Tante persone, però, mi dicono che quello che colgono sempre, anche nelle interpretazioni più surreali, è una verità e una simpatia che possono evidentemente identificare come qualcosa di loro, di vicino.

Maria Amelia, hai lavorato con tanti grandi nomi. Zingaretti, Papaleo, Giampiero Ingrassia, Haber, Dapporto, Imparato e tanti altri. Ne scegli uno e ci dici cosa ti è rimasto impresso? Un particolare…

Maria Amelia Monti teatroNo, dai, mi metti nelle grane così! Allora, diciamo che ho fatto tante tournèe con questi partner di scena. Le tournèe sono anche pesanti, perché devi viaggiare, dormire nello stesso albergo, sopportarti anche quando hai mal di pancia… a volte durano anche due anni e io mi sono sempre trovata benissimo con tutti, da Gigio Alberti a Massimo Dapporto, anche con Haber che è un rompipalle tremendo! No, veramente, io sono sempre orgogliosa dei miei partner, li ho trovati sempre persone abbastanza speciali. Guarda, ti posso dire che il primo maschio con cui ho avuto contatto in teatro è stato Ernesto Calindri, un mio maestro. Te lo ricordi? Lui è stato il mio primo insegnante all’Accademia dei Filodrammatici! Ecco, diciamo che il primo non si scorda mai. Ne sono uscita bene eh? (ride, ndr) E l’ultimo è il ragazzo in mutande che sarà con noi ne “La scena”, tra pochi giorni!

E’ difficile, dal punto di vista professionale, convivere con uno dei più importanti autori teatrali italiani? (Edoardo Erba, ndr)

No. Per un’attrice è anche comodo, perché lavora a casa e quindi quando parto per lavoro c’è sempre il padre a controllare i figli. Dal punto di vista artistico è meraviglioso se non diventa un vincolo. Se è un obbligo dover interpretare le sue commedie e per lui doverle scrivere per me, sarebbe appunto un vincolo pesante. Noi invece abbiamo sempre fatto un patto, che è poi saggezza. A me piace molto interpretare le sue commedie. Lui per me ha scritto tre personaggi femminili, da quello che hai visto la stagione scorsa in “Tante belle cose”, a un altro che facevo in “Margarita e il gallo”, a “Michelina” che facevo con Ingrassia. Tre personaggi straordinari. Non è facile trovare personaggi femminili nelle commedie teatrali. Se tu pensi a opere dove ci sono protagoniste femminili, mi viene da citare “Ti ho sposato per allegria” di Natalia Ginzburg, o “Maria Brasca” di Testori, gli autori le hanno cucite addosso a delle donne, in quei casi Adriana Asti e Franca Valeri. Per cui sono opere che poi restano a disposizione anche per altre attrici in futuro, che si trovano bei personaggi femminili importanti, tondi, divertenti, con un percorso non solo di leggerezza ma anche di profondità. E’ un regalo anche per le future attrici, se vogliamo.

Maria Amelia MontiIn una tua vecchia intervista ho lette delle belle dichiarazioni su Roma, che definisti come una città “che accoglie gli orfani”. E’ anche però una città capace di tritare tutto e tutti con estrema facilità. Come attrice, hai mai avvertito questo pericolo?

Sì, è vero, la definii così! No, non l’ho mai avvertito. Guarda, io penso che una ragazza di 19 anni che decide di far l’attrice ed esce dall’Accademia a Milano, può anche impazzire. Perché Milano è una città industriale, fatta per gente che lavora. Paradossalmente, un attore ha più tempo da gestire quando non lavora che quando è in scena, e a Milano che fai? Roma è una città che sa accoglierti anche se non lavori, nel senso che ha tanti spazi, i bar, i caffè letterari, le piazze, tanti teatri, ha tanta gente che parla di tanti progetti che poi magari non si realizzeranno mai. Tutto questo ti dà l’illusione di movimento, di vita, di fermento. Oddio, parlo di qualche anno fa, adesso magari non è proprio così. Però Roma è una città dove può capitare di tutto. Ricordo che a 23 anni lavoravo con Nicola Pistoia in uno spettacolo scritto da lui, al Teatro dell’Orologio, e venivano a vederci i funzionari della Rai come Bruno Voglino, un talent scout, poi magari ti chiamavano a fare i provini. Era una situazione molto vitale. A Milano, oltre al Piccolo di Strehler, c’era poco altro. Gli attori venivano tutti a Roma.

Ce l’hai un sogno importante da realizzare?

Mah! Più che un sogno, direi un obiettivo. Il mio obiettivo è quello di riuscire a crescere e non invecchiare. Eh… Bella questa eh?

Bellissima, giusta per il finale di un’intervista!

(ride, ndr) Crescere e non invecchiare vuol dire trovare dei ruoli giusti per ogni età che potrò raggiungere e non dover piangermi addosso ricordando le cose che facevo un tempo!

Grazie Maria Amelia, è stata una conversazione molto piacevole.

Ma per me è un piacere, figurati. Vi aspetto a teatro!

Paolo Leone

 

 

Si ringrazia l’ufficio stampa del Teatro Ambra Jovinelli nella persona di Maria Letizia Maffei

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Autore dell'articolo: Paolo Leone

Paolo Leone
Nato a Roma. Ama il teatro, di qualsiasi genere. Free lance, segue le stagioni teatrali romane da anni, scrivendo recensioni e realizzando interviste ai protagonisti. Attento ai giovani talenti. Ha organizzato presentazioni di libri in librerie a Roma e provincia ed è stato relatore al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2013.

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