Lucio Battisti, “Il mio canto libero” a 16 anni dalla scomparsa

Sedici anni fa moriva Lucio Battisti, noi lo ricordiamo attraverso “Il mio canto libero”, una delle sue canzoni più belle 

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Oggi gli italiani ricordano il grande Lucio Battisti. I messaggi che scorrono sui social e gli innumerevoli articoli pubblicati, rendono appena l’idea dell’affetto e della devozione che ancora proviamo nei confronti di uno dei più grandi artisti della storia della musica leggera, autore e interprete di numerose e indimenticabili canzoni, vere e propri frammenti di poesia. Sedici anni sono trascorsi dalla sua morte, sedici anni in cui l’insopportabile silenzio che ancora ci avvolge è stato faticosamente colmato dall’eredità discografica che ci ha lasciato. Lucio ci manca. Manca come un padre a un figlio. Da quel 9 settembre 1998 siamo diventati tutti orfani: di bellezza, creatività, amore. Come un padre, e solo a modo suo, ci ha insegnato tanto. A essere liberi, a non aver paura di esprimere le emozioni più profonde (sì, anche se la timidezza spesso ci sovrasta), ad andare controcorrente se è il cuore a chiederlo, ad entusiasmarci e a stupirci della bellezza del mondo, come bambini che per la prima volta vedono il mare, come un fiore assetato e appassito incontra le lacrime del cielo.

Nella miriade di brani che compongono la sua nutrita e inimitabile produzione musicale, ho deciso di riascoltare, proprio oggi, “Il mio canto libero”. Un pezzo datato 1972, frutto della collaborazione con l’inseparabile amico e paroliere Mogol. Canto e libertà. Non vi sono altri termini che possano esprimere in modo così semplice eppure esaustivo il personaggio e l’uomo Battisti. Lucio era “il” cantante libero, consapevole di non essere la persona più socievole ed espansiva di questo pianeta, ma che nella musica e nei suoi magici testi riusciva a raccontare e a raccontarsi, senza filtri, senza paure.

“E l’immensità si apre intorno a noi, al di là del limite degli occhi tuoi…”, cantava Battisti accompagnato da una chitarra classica. Un canto libero che celebra l’amore assoluto, non solo passionale ma anche come esaltazione dell’animo umano. Un sentimento che nutre d’orgoglio i due amanti, che li erge con la forza di un gigante e li porta lontano da invidie, gelosie, ostacoli e ossessioni. Distante mille anni luce da un “mondo che prigioniero è”, dunque falso e ingiusto, che soffoca i pensieri più puri nel tentativo di far vincere il potere corrotto e l’odio tra le persone. Lucio, dopo battaglie e ferite interiori, si riscopre finalmente libero di volare insieme alla sua “dolce compagna”, per superare “i fantasmi del passato”, le lacrime che un amore criticato e mal visto come il loro ha fatto sgorgare troppe volte dai loro occhi. Un volo per “respirare liberi”, per scoprire un mondo nuovo, fatto di “boschi abbandonati e perciò sopravvissuti vergini” e di “pietre un giorno case riscoperte rose selvatiche”. Il testo, come vuole lo stile della coppia Lucio-Mogol, è ricco di figure allegoriche che, con un gioco di note e parole, alimentano l’immaginazione e fanno crescere l’emozione in chi le ascolta.

“Il mio canto libero” risuona oggi più di ieri. Vecchie e nuove generazioni, spesso divise per gusti musicali e bisogni affettivi, si ricongiungono in un unico abbraccio musicale per rendere omaggio all’arte. Quell’arte che solo Lucio Battisti ha saputo creare e che ci ha lasciato. Viva, feconda, immortale. Come il suo talento. Come il suo ricordo.

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Ascolta la canzone “Il mio canto libero” qui

Silvia Marchetti

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Autore dell'articolo: Silvia Marchetti

Silvia Marchetti
Silvia Marchetti, nata a Mirandola (Modena) nel 1981, è giornalista pubblicista e web designer. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, si occupa da anni di Cultura e Spettacoli, pubblicando articoli, recensioni e interviste relative al mondo del teatro, del cinema e, in particolare, della musica. Tra le sue passioni, la buona cucina, i concerti, la moda e Milano, città in cui ha deciso di vivere.

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