Luca Ronconi, quando il teatro è esperienza e conoscenza

La vita di Luca Ronconi è stata un tour di spettacoli e innovazione; il nostro ricordo del Maestro del Teatro. 

Luca-Ronconi «Regista e attore italiano (Susa, Tunisia, 1933 – Milano 2015). Indefesso allestitore di spettacoli prestigiosi, ha diretto il Teatro stabile di Torino (1988-93), il Teatro Stabile di Roma (1994-98) e, dal 1999 […] è stato direttore artistico del Piccolo Teatro di Milano». Sono queste le prime parole che si trovano alla voce: Luca Ronconi nell’enciclopedia Treccani e noi vogliamo partire da quell’ “indefesso” e da quel tempo verbale utilizzato: il passato prossimo. Ci ha lasciati il 21 febbraio scorso, così a caldo risulta molto difficile parlarne al passato e forse sarebbe anche sbagliato perché come tutti gli artisti, soprattutto coloro che riesco a lasciare un segno, è presente e ne è ancor più testimonianza viva il proseguimento della messa in scena di Lehman Trilogy di Massini (al Piccolo Teatro fino al 15 marzo e poi dal 12 al 31 maggio). Non si tratta di un mero e spesso abusato “the show must go on” perché con quest’ultimo lavoro Ronconi chiude e – al contempo – rilancia un percorso, ora nelle mani degli attori, dei tecnici, degli assistenti alla regia che lui ha coltivato. Luca-Ronconi-TeatroQuando un artista così scompare, il vuoto appare incolmabile e probabilmente è giusto che sia così, ma il filo che ha tessuto vive e si alimenta proprio in quella che è stata la sua casa: il teatro! In Lehman Trilogy ci sono gli attori – per citarne alcuni – che hanno lavorato con lui tante volte (da De Francovich a Popolizio e Pierobon), le giovani generazioni con cui aveva iniziato un percorso (da Fausto Cabra, allevato alla Scuola del Piccolo, a Fabrizio Falco) e gli appena diplomati (Laila Maria Fernandez) fino all’attore con cui desiderava lavorare, Fabrizio Gifuni. “Padri e figli” uniti in uno spettacolo in cui la rappresentazione della morte, che arriva delicatamente anche a suon di twist, è protagonista insieme ai sogni e all’imponderabilità della vita. Anche in questa messa in scena è assolutamente riconoscibile la firma ronconiana, ma c’è un ulteriore passo ed è proprio quello che ci fa pensare: “a circa ottantadue anni (li avrebbe compiuti l’8 marzo) ha ancora qualcosa da dire”, con un’urgenza, una coerenza e una messa in discussione forti. Per chi è nato negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, Ronconi ha fatto capolino come “supporto” allo studio dell’ “Orlando furioso” di Ariosto, anzi spesso è stato merito suo se tanti ragazzi sono entrati nel mondo di quel poema cavalleresco così ostico nella pura lettura in classe. Dopo essersi diplomato nel 1953 come attore all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico (avendo tra gli insegnanti Orazio Costa Giovangigli) e realizzato alcuni spettacoli come interprete, nel 1963 ha imboccato la strada del metteur en scène, le sue intuizioni hanno iniziato ad emergere con “I lunatici” di Middleton e Rowley (1966), dove unì, in un manicomio, l’atmosfera artaudiana alla compresenza di sani e malati mentali. Orlando-FuriosoMa è l’ “Orlando furioso” del 1969 a rappresentare la svolta evidenziando due punti che caratterizzeranno il suo stile: cercare di trasformare testi puramente letterari in viva materia teatrale e l’instancabile voglia di sperimentare e giocare con e nello spazio scenico. Certo, come spesso accade, è toccata anche a lui la sorte del nemo propheta in patria, tanto che lo spettacolo, nell’immediato, fu apprezzato maggiormente all’estero che non da noi e, adesso, a posteriori è considerato uno dei capisaldi del teatro di regia italiano e non solo. La sua capacità immaginifica nei confronti dell’infinito, molteplice e mobile spazio teatrale è risultata inizialmente ingombrante per l’Italia perché erano necessari ambienti ad hoc, ma, per fortuna, la Biennale di Venezia riesce a riportarlo, a metà degli anni ’70, in terra nostrana ed è qui che prende corpo “Utopia”: una trasposizione nella società degli anni ’50 di elementi tratti da sette commedie di Aristofane. Parallelamente Ronconi crea, a Prato, un laboratorio di progettazione teatrale ed è lui stesso ad affermare, in alcune interviste, che quest’ultimo è uno degli snodi centrali, dove inizia a creare l’humus per quegli attori che saranno considerati suoi feticci e ripensa al suo modo di fare, o meglio, creare il teatro. Dagli anni Ottanta torna definitivamente dando il via a una serie di collaborazioni con i Teatri Stabili fino ad arrivare al ruolo di direttore artistico del Piccolo Teatro di Milano. UtopiaÈ impossibile per noi racchiudere in poche battute un viaggio di cento e più regie, la sua spasmodica ricerca di spazi alternativi (tra cui “Infinities” del 2001 ai Laboratori della Bovisa – Milano) mista alla reinvenzione di quella quarta parte con le scenografie puzzle, il tutto per dare onore a quella convenzione del teatro per cui «la realtà rappresentata denuncia il suo essere una rappresentazione» (da una sua intervista del 2009). Quando ci sono queste perdite, ci si chiede istintivamente cosa resta? Tutti, dagli artisti affermati agli ultimi allievi della scuola, lo riconoscono come un maestro, lungi da noi giudicare né santificare, ma queste parole sono di gratitudine verso l’arte che ha saputo creare, per quell’attenzione ai giovani e agli artisti (vedi, in ultimo, la nascita del Centro Teatrale Santa Cristina), per lo scavo nel testo anche più ostico e per un rapporto con lo spettatore in cui metteva in conto l’ «attenzione intermittente». Questo articolo non vuole essere un ricordo commemorativo, ma un piccolo modo per far memoria di un uomo-artista che è partito guardando avanti proprio come fa Henry Lehman (da anziano) nell’incipit dello spettacolo, come un funambolo del tempo. Sappiamo, da chi vi ha lavorato fino all’ultimo, che intravedeva nei ventenni di oggi un fuoco sano, non potrà vederlo incendiarsi in scena, ma starà a noi nutrirlo e raccontarlo. «Io ho sempre pensato che il teatro è una forma particolarissima di conoscenza, puoi conoscere qualche cosa solo con l’esperienza teatrale», ha più volte dichiarato Luca Ronconi.

Maria Lucia Tangorra

 

Segnaliamo che il Piccolo Teatro domenica 8 marzo ricorderà Luca Ronconi. Nel giorno che sarebbe stato del suo ottantaduesimo compleanno, il Piccolo dedica l’intera giornata a proiezioni di video e filmati che raccontano il lavoro teatrale di Ronconi dal 1999 al 2015.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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