Le donne gelose: recensione dello spettacolo di Sangati

le-donne-gelose-sangati-spettacolo-recensione
©Attilio Marasco

 

La parola a Goldoni: «Questa, Lettor carissimo, che or ti presento, è una Commedia veneziana, venezianissima». Queste accorate parole dell’autore de “Il servitore di due padroni” (1745) scorrono sulla destra della scena de Le donne gelose, per la regia di Giorgio Sangati. A introdurle ci pensa una scena dal sapore cinematografico: dall’alto, in forma di pioggia evocativa, cade l’acqua, un’immagine che tornerà alla fine per chiudere idealmente un ciclo vitale e riconnettere il Mondo col Teatro.

Sono parole semplici, ma in cui risiede la chiave di questo testo goldoniano e del suo teatro: “venezianissima”. Le donne gelose è il primo testo da lui scritto completamente in veneziano ed è proprio questo dialetto il linguaggio che gli risulta maggiormente congeniale per esprimere il personale genio comico e, al contempo, riprodurre quella realtà da cui traeva ispirazione.

Goldoni lo si conosce principalmente per opere come quella in cui compare per la prima volta Arlecchino (sopra citata), “La bottega del caffè” (1750) e “La locandiera”, scritta nello stesso anno del testo in scena al Piccolo Teatro Studio Melato, 1752. Se si pensa alla protagonista di quest’ultima, Mirandolina, e alla Lugrezia (Sandra Toffolatti) de Le donne gelose emerge uno dei tratti che affascinavano lo scrittore: l’indipendenza femminile, oltre a una particolare seduzione. Questo aspetto ci dà il la per ricordare come Goldoni abbia portato a una riforma del teatro senza cambiamenti repentini e bruschi, sperimentando con la propria penna e con le compagnie (tra tutte quella Medebach, del Teatro Sant’Angelo). È merito suo se si è passati dalla scrittura di alcune battute dei comici alla composizione del testo drammaturgico moderno, superando, pian piano, i momenti d’improvvisazione tipici del teatro delle maschere. Leggendo e/o assistendo alla rappresentazione delle opere goldoniane ci rendiamo perfettamente conto di questa evoluzione. Le donne gelose, come ben sottolinea il giovane regista, è una commedia di mezzo, «un momento di passaggio nella sua concezione del teatro e del modo di lavorare con gli attori».

©Attilio Marasco
©Attilio Marasco

Potremmo dire che a tenere le “redini” di tutto sia, appunto, una donna, la siora Lugrezia, una vedova che agli occhi delle altre manipola e ammalia gli uomini, forse, tanto più quelli sposati. L’autore ci pone, nella prima scena, due donne, diverse tra loro per temperamento, ma accomunate da un sentimento, la gelosia. Scrive Goldoni nei “Mémoires” a proposito di questa commedia: «La gelosia è un animale a cento teste, soprattutto tra le donne del popolo. Gli uomini hanno un bel dire, un bel fare: tutti i loro passi sono contati, tutte le loro parole sono intese al contrario; le loro azioni più semplici non sono che infedeltà, e Lugrezia è la bestia nera del quartiere».

Nel dialogo tra siora Tonina (Marta Richeldi) e siora Giulia (una Valentina Picello particolarmente brava e caratterizzante), spicca subito quest’ultima per alcune frasi volte a instillare la cosiddetta pulce nell’orecchio dell’altra. I rispettivi mariti, Todero (Leonardo De Colle) e Boldo (Paolo Pierobon) si recano dalla vedova, le mogli pensano per altre facezie, in realtà, l’uno è giocatore di carte e quindi chiede a Lugrezia prestiti per i propri debiti, l’altro cerca fortuna al lotto e si affida alla donna per avere i numeri vincenti. Si intuisce una certa simmetria laddove, appunto, le mogli sono devote e sospettose; i mariti, invece, sono schiavi del gioco. Nel mezzo c’è la siora Lugrezia, la quale cerca di sopravvivere per come può, tesse i fili perché tutto torni a proprio vantaggio e sconfessi l’immagine affibbiatale di prostituta. A ciò dovrebbe contribuire anche l’aiuto che offre a Baseggio (Ruggero Franceschini) e Orsetta (Sara Lazzaro) per coronare la propria unione. I due giovani potrebbero apparire due novelli Romeo e Giulietta, ma non è così, il commediografo ci pone di fronte all’amara verità di quanto anche la scintilla amorosa possa essere comprata tramite i soldi e decisa a tavolino, anzi al Ridotto (luogo atto ad ospitare il gioco d’azzardo).

Macrolibrarsi.it un circuito per lettori senza limiti

La complementarietà delle figure femminili di Tonina e Giulia la si nota sottilmente anche nella scelta dei costumi e, soprattutto in una scena, in cui l’una prende, per sbaglio, il mantello dell’altra e lo indossa. Le tinte pastello, realisticamente sporche nei punti in cui gli abiti toccano l’acqua, emergono ancor più nel contrasto con l’abito in b/n e il trucco di Arlecchino (Fausto Cabra), emblema di questo lavoro sullo sviluppo del personaggio e, parallelamente, di un’era che si chiude, quella della Commedia dell’Arte, di cui è simbolo. La siora Lugrezia, vestita coerentemente a lutto, domina sul suo servitore, il quale, in ginocchio, la prega di tenerlo ancora a suo servizio. Quest’Arlecchino ha perso l’astuzia – anche un po’ friccicosa – del servitore dei due padroni ed è burattino più nel senso ideale del termine che non nei gesti. L’espressività di Cabra è tale da trasmettere la malinconia profonda insita in questo personaggio, che quasi non vuole uscire di scena e desidererebbe continuare a vivere. L’attore ci ha raccontato che per Ronconi questo Arlecchino «era l’altra faccia della medaglia di Bobby Lehman, una fine e un addio anche questo, ma il saluto dell’artista.

©Attilio Marasco
©Attilio Marasco

Se Bobby Lehman era la fine dell’uomo terrorizzato dalla morte, qui, invece, per Arlecchino la fine non è paura della morte, ma piuttosto nostalgia della vita». Facciamo riferimento a questo maestro di teatro e a “Lehman Trilogy”, suo ultimo capolavoro registico, perché Le donne gelose avrebbe dovuto dirigerlo lui. In un ideale passaggio del testimone, Sangati, suo assistente, ha preso le redini di questo lavoro cercando una propria strada nell’ottica di fedeltà a Goldoni e anche agli insegnamenti del regista che lo ha allevato. Ci sono influenze ronconiane che si avvertono anche nel lavoro pensato con lo scenografo (Marco Rossi), basti pensare al piano orizzontale, l’immaginario pavimento delle varie case, da cui possono entrare, uscire, sostare i personaggi. «Nelle Donne gelose la quantità di scene è anomala, più di sessanta, presentate con un montaggio pre cinematografico, in un alternarsi di interni ed esterni», spiega il regista. Si è approdati, così, «a uno spazio bipartito, con interni molto ampi, in cui le pareti sono date dal pubblico del Teatro Studio Melato, muri di persone che spiano, mentre gli esterni sono claustrofobici, luoghi dove non si vede mai il cielo. Gli interni sono lambiti dall’acqua, gli esterni allagati». Grazie a uno studiato lavoro di luci con Claudio De Pace, la linea di demarcazione tra interno ed esterno si fa più sottile ed è come se quell’aurea di buio interrotta da qualche sfumatura di colore, in particolare, degli abiti, voglia ancora far più parte del gioco del teatro e di ciò a cui allude Goldoni. Siamo, certo, nel periodo del Carnevale, ma i nostri personaggi scelgono di vestirsi indossando la maschera anonima della bautta che quasi ci evoca quella della morte. Lugrezia è l’unica realmente interessata ancora al teatro, a frequentarlo e, a suo modo, a farlo nel mondo reale. Non a caso l’Arlecchin chiama la sua padrona: «Siora Maschera Lugrezia», certo ingenuamente e distrattamente, ma dietro questa battuta c’è l’astuto autore, pronto a far calare la maschera, esplicitamente e non.

Ci sarebbe ancora da dir molto de Le donne gelose, un testo che sa essere tanto attuale se si pensa al sentimento della gelosia, ma anche a certe dinamiche attuate sulle donne e al vizio del gioco. Preferiamo, però, invitarvi ad andare in teatro per farvi anche voi spettatori “spioni” di un allestimento ben riuscito. Oltre alla raffinata regia, va dato merito al cast, tra cui spicca (oltre ai già citati) una Toffolatti che mette in campo il metodo mimico di Orazio Costa Giovangigli aderendo alla perfezione a Lugrezia e un Pierobon sempre in parte. Voto: (4 / 5)

 

Info aggiuntive

“Le donne gelose” in scena al Piccolo Teatro fino al 22 novembre 2015

Di Carlo Goldoni

Regia Giorgio Sangati

Scene Marco Rossi

Costumi Gianluca Sbicca

Luci Claudio De Pace

Trucco e acconciature Aldo Signoretti

Con (in ordine alfabetico) Fausto Cabra, Leonardo De Colle, Federica Fabiani, Elisa Fedrizzi, Ruggero Franceschini, Sara Lazzaro, Valentina Picello, Paolo Pierobon, Marta Richeldi, Sandra Toffolatti e con Alfonso De Vreese, Benedetto Patruno e Marco Risiglione (allievi corso Luchino Visconti della Scuola Luca Ronconi del Piccolo Teatro)

Assistente scenografa Giulia Breno, assistente costumista Sara Gomarasca, assistenti alla regia volontari Valeria De Santis, Andrea Tonin.

Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa presenta

In dialetto veneziano con sovratitoli in italiano

Si ringrazia l’ufficio stampa del Piccolo Teatro nella persona di Valentina Cravino

 

Commenti

commenti

Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

Lascia un commento

 COPIA NEGLI APPUNTI