Il film La Sposa Bambina, quando la conoscenza è Luce

Cosa significa essere spose bambine? Il film di Khadija Al-Salami, La sposa bambina, lo fa comprendere appieno facendoci immedesimare nello stato d’animo di Nojoom (Reham Mohammed la interpreta a dieci anni, mentre Rana Mohammed le dà il volto a cinque), vivendo con lei la battaglia che compie così giovane. «Mi chiamo Nojoom, ho 10 anni e voglio il divorzio». Quando si ascoltano queste parole si resta abbastanza scossi, tanto più se si ragiona da persona e, in particolare, da donna occidentale. È una frase che stride, stupendo chi l’ascolta per il pensiero del divorzio e per l’atto in sé dello sposalizio, eppure in specifici luoghi è ancora normale contrarre il matrimonio così presto. Inizialmente noi conosciamo la piccola col nome di “Nojood” solo più avanti scopriremo il suo vero nome. Basta un cambiamento di consonante, infatti, da Nojood a Nojoom che muta anche ciò che quel nome vuol dire, da “nascosta” a “stella”.

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La struttura del film La sposa bambina è in sé lineare, si parte nel presente per poi andare a spasso nel tempo man mano che Nojoom racconta la sua storia al giudice che l’ha presa a cuore. La regista sa bene la materia e le emozioni che sta mettendo in campo e in quadro avendole provate sulla propria pelle, visto che a undici anni si è dovuta sposare con un uomo molto più grande di lei, ma questo non le ha impedito di rincorrere la libertà. Non si sceglie dove nascere, ma si può provare a decidere dove vivere. Certo ci sono luoghi e culture in cui questo è ancora più doloroso e complesso. Alcuni aspetti della condizione famigliare della bambina ci fanno tornare in mente “Difret – Il coraggio di cambiare” di Zeresenay Berhane Mehari. Lì la protagonista era un’adolescente, Hirut Assefa (Tizita Hagere), letteralmente rapita da un gruppo di uomini, guidati da colui che la vuole in sposa. In entrambe le opere, nonostante il nostro humus sia differente e non si potrà mai capire fino in fondo cosa significhi diventare una sposa bambina, si entra in empatia con la storia. Si parteggia sì con una lotta personale, che, però, si trasforma in universale se la si pone su un piano di diritti umani.

 

La sposa bambina sottolinea molto, nello sviluppo drammaturgico, come l’accordo matrimoniale sia tutta una questione tra uomini, magari spesso dettata da svantaggiose situazioni economiche, oltre che da modi di pensare e vivere. Al-Salami in questo film dà vita a un vero e proprio ponte con lo spettatore puntando anche sui “dettagli” famigliari che creano e caratterizzano il mondo dell’infanzia, dal desiderare una bambola al sognare l’abito bianco. Può la legge, in tribunale, (contrap)porsi con le tradizioni e l’onore della famiglia? Fino a che punto si può accettare che il matrimonio in tenera età sia consuetudine? «Sono 60 milioni le donne che in tutto il mondo soffrono giornalmente di abusi fisici e mentali causati dai matrimoni precoci, mentre sono 70mila le giovani donne che muoiono ogni anno a causa di questo male sociale contemporaneo». Forse è proprio per questa deriva che il Cinema si e ci interroga sempre più a riguardo, basti pensare anche a Mustang di Deniz Gamze Ergüven. Nel caso specifico de La sposa bambina, la regista, tra l’altro prima donna yemenita a diventare filmaker e produttrice, ha sentito che proprio per il suo sguardo interno e per aver provato un’esperienza simile doveva tradurla in immagini cinematografiche per far riflettere e prendere consapevolezza. «La conoscenza è luce», si ascolta a un tratto nel film, ma ci vuole anche qualcuno che punti l’obiettivo su certe dinamiche. A tratti si preme l’acceleratore sul dramma – nonostante questo parli da sé -e senza dubbio non si ha paura di far vedere anche le pratiche più disumane di fronte, appunto, a una bambina (come può essere la prima notte di nozze da consumare). «La sposa bambina è un appello a tutti quei paesi in cui i matrimoni precoci sono tuttora consentiti e celebrati, affinché sia messa la parola fine a questa pratica primitiva e ripugnante». Il film è nelle nostre sale dal 12 maggio grazie alla Barter Entertainment. Di seguito il trailer.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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