La pazza gioia: trama, trailer e recensione del film di Virzì

La pazza gioia: trama, trailer e recensione del film premiato ai David di Donatello con cinque statuette (premio come migliore attrice a Valeria Bruni Tedeschi e premio come miglior film). Articolo aggiornato in data odierna (prima pubblicazione maggio 2016). 

La pazza gioia è una carezza tenera, e talvolta dal sapore amaro, fatta a tutti noi. A darcela sono, da un lato Paolo Virzì, regista e co-sceneggiatore insieme a Francesca Archibugi, dall’altro gli artisti che animano quest’opera, a partire dalle due protagoniste Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Rispettivamente nel ruolo di Donatella e Beatrice, le due sono riuscite a percorrere quel confine così labile che si rinnova ogni secondo nella nostra vita: chi è “normale”? Chi è “Sano?” Il rischio era dietro l’angolo, eppure, recitativamente parlando, ognuna di loro, non è mai andata sopra le righe. Sulla stessa lunghezza d’onda si inserisce anche l’approccio degli altri interpreti, ma anche delle pazienti del Dipartimento di Salute Mentale di Pistoia che hanno preso parte alle riprese.

La pazza gioia, ultima fatica del regista del pluripremiato “Il capitale umano”, è un film sgorgato dalla fantasia, «non vuole essere un pamphlet sul tema della psicopatoglogia e della cura», come ha tenuto a precisare Virzì durante l’incontro stampa a Milano. «È la storia di una brutale relazione affettiva tra due pazienti, molto diverse per classi sociali e storie. Il film racconta il loro tentativo di vivere dei momenti e delle ore di euforia e gioia, probabilmente c’è anche una sorta di indicazione che ci viene da questo plot per cui sembrerebbe che la vera terapia, se c’è, è la relazione affettiva tra due persone». Già da queste parole vi starete facendo un’idea di come sia densa quest’opera.

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Ecco La pazza gioia è uno di quei film di cui non è semplice mettere nero su bianco le emozioni provocate, al di là dell’analisi critica. Quando si conclude, a luci ancora spente, resti in silenzio, ti senti avvolto da quella “follia” che riconosci come tua e di ognuno di noi, “semplicemente”, però, l’hai vista sul grande schermo con una delicatezza di racconto e di messa in quadro che non è facile attuare, sorridendo e commuovendoti come solo il Cinema sa e può fare.

I primissimi secondi, appena prima che partano i titoli di testa, ci introducono a ciò che di lì a poco accadrà – o è accaduto – come se fossero dei frammenti. Appaiono Donatella (Ramazzotti), un passeggino, il mare e altri tasselli che lo spettatore metterà insieme. Dissolvenza su nero e ci si ritrova nel presente, a Villa Biondi, per conoscere Beatrice Morandini Valdirana (Tedeschi) e le altre. La co-protagonista si rivela subito eccentrica, nostalgica verso uno status che ha perso (torna in mente la sua Carla Bernaschi de “Il capitale umano” circondata dal denaro, ma molto sola). A suo modo, Beatrice è un lupo solitario, è stata cambiata e segnata da un amore sbagliato. Sarà il “caso” di Donatella a incuriosirla, sfruttando la dinamica degli opposti che si attraggono.

La donna incarnata dalla Ramazzotti, custodisce un segreto di cui ha forte pudore e porta su di sé, anche in quel corpo così magro, il peso della vita vissuta sino ad allora. Assistendo al loro scontrarsi, incontrarsi, rincorrersi e respingersi, torna in mente una delle frasi interrogative di Franco Basaglia: «tu avresti voglia di parlare se nessuno ti ascolta?». Beatrice e Donatella anche con uno sguardo riescono ad ascoltarsi e ad accogliersi reciprocamente. Certo, nella stessa villa emergono anche medici come la psichiatra Fiamma Zappa (una Valentina Carnelutti dolce e al contempo ferma per il ruolo toccatole) o il direttore Giorgio Lorenzini (Tommaso Ragno) pronti a prendersi cura di queste persone, rifuggendo dall’idea di incastonarli, ad esempio, in una categoria di “criminali” senza redenzione. Risvolto della medaglia sono alcuni colleghi più bigotti o i momenti all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, in cui ci viene mostrato un altro tipo di approccio, più freddo e legato meramente a terapie farmacologiche, ma anche lì ci sono le eccezioni.

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La pazza gioia riesce a far vedere e provare quell’humus che ci sembra così lontano senza indossare le vesti di un documentario, eppure tutto ciò che accade appare allo spettatore verosimile, soprattutto perché si viene investiti da un flusso di emozioni che ci toccano e accomunano. A tratti il lungometraggio si veste di un che di fiabesco e poetico che resta impresso nella memoria anche a distanza di tempo. Alcuni potrebbero avvertire qualche piccolissimo momento di lungaggine, ma lo si scorda di fronte al viaggio che ti permette di fare.

Durante tutta la visione de La pazza gioia emerge la cifra stilistica del regista toscano, una leggerezza lieve che riesce a suonare con profondità le corde dei personaggi-persone e, di riflesso, le nostre. «Conviviamo tutti con una specie di Io matto», ha detto Virzì. Spesso la malattia mentale è stata affrontate dalla Settima Arte ultimamente; basti pensare anche ai recenti titoli di Paolo Genovese – da “Tutta colpa di Freud” a “Perfetti sconosciuti” – o “Ti ricordi di me?” di Rolando Ravello si è voluto toccare, ora di striscio, ora più da vicino, il mondo dell’analisi. Ci si interroga sempre più a riguardo e forse non è un caso il successo anche della serie “In Treatment”. Qui il regista de “La prima cosa bella” trova anche la giusta occasione per ironizzare sul nostro cinema con le due protagoniste che fuggono da una scena (siamo nel film nel film), richiama battute della Blanche di Tennessee Williams e tanto altro ancora.

Il resto sta a voi scoprirlo. Virzì non emette sentenze né giudica ed è proprio questa la sua forza. Non ha paura di affrontare le fragilità umane: «non riesco a fare altrimenti perché è l’unica maniera che sento onesta e autentica per avvicinarmi alla fatica del vivere», ha risposto il cineasta. «Ho provato ad affrontare il tutto con un’ironia più o meno beffarda, il fatto è che io non mi sento meglio di loro o un gradino sopra, non mi sento “sano”. Mi interessa l’imperfezione umana dando vita a un tipo di sorriso e di risata che non è di derisione, ma di condivisione, in un modo quasi liberatorio di affrontare le angosce. Anzi sento proprio come se fosse una maniera per provare a riparare a un torto, quello di sancire il diritto anche all’allegria stupida, all’euforia irragionevole di due persone escluse, sancite come malate di mente e pericolose».

La pazza gioia si regge senza dubbio sulle ottime prove d’attrici delle protagoniste e ovviamente di tutti gli altri interpreti, professionisti e non, catturate e immortalate da una macchina da presa che fa la radiografia dei sentimenti per far venire a galla luci e ombre di tutti noi. Il film è stato presentato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes ed è in sala dal 17 maggio, distribuito con 420 copie da 01 Distribution per cui dovreste avere maggiori possibilità che tocchi la vostra città così da non perdervelo. Di seguito il trailer del film e alcune immagini.

 

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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