Teatro, ecco La leggenda del favoloso Django Reinhardt

Sapete chi è Django Reinhardt? Probabilmente questo nome non vi dice nulla, ma sicuramente avrete sentito le sue note nelle colonne sonore di film di Woody Allen. Grazie allo spettacolo La leggenda del favoloso Django Reinhardt scoprirete chi era quest’uomo-artista. A traghettarvi “formalmente” è un Luciano Scarpa super mattatore. Dalle quinte, entra quasi in punta di piedi facendo il verso (simpaticamente) a un modo di recitare di altri tempi che più volte sarà rievocato sulle tavole di un palco, pronto a emozionarvi e strapparvi sorrisi per più di un’ora. Una delle cifre di questa pièce con musiche rigorosamente dal vivo – molto coinvolgenti – risiede proprio nell’adattamento curato da Bianca Melasecchi, Paolo Sassanelli (qui in veste anche di regista, attore e musicista alla chitarra) e dallo stesso Scarpa. In fase di scrittura prima e nella messa in scena poi, la compagnia è riuscita a creare il giusto equilibrio per raccontare «le gesta di un eroe che con sole tre dita cambiò la storia della musica…» giocando con diverse cifre, dall’ironia all’autoironia, dal comico-spiritoso al nostalgico, con riferimenti e frecciatine anche al nostro oggi. Sulle tavole del palcoscenico, dal primo minuto d’inizio fino all’ultimo ci sono loro, i musicisti proprio a omaggiare, ora sottilmente, ora direttamente quando scendono in campo, il protagonista: Django Reinhardt. Scrivendo anche sull’onda dell’emozione, a un tratto, quando già vi sentirete nelle atmosfere della Parigi degli Anni ’20, mentre l’orchestra Musica da ripostiglio con Sassanelli starà dando voce alle note, avrete voglia di chiudere gli occhi, anche solo per pochi secondi e vi sembrerà di vedere Django lì, davanti a voi. Questo è il potere del teatro, nessuno dei componenti vuole sostituirsi a lui, va detto che in alcune circostanze Luca Pirozzi lo interpreta (soprattutto musicalmente parlando), eppure a predominare è la sensazione di leggenda che avvolge lo spettatore durante tutta la rappresentazione.

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Questi musicisti, che già si erano fatti apprezzare in Servo per due per la regia di Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli, anche ne La leggenda del favoloso Django Reinhardt comunicano una voglia matta di muovere i piedi sotto le poltrone rosse in cui si “dovrebbe” rimanere fermi e insieme agli attori trasmettono tutta l’energia vitale che ha animato quest’uomo. Un ragazzo analfabeta, capace di trasformare un incidente in una forza e di canalizzare anche tutta la sua cultura Manouche (etnia di zingari) in note che hanno condizionato la storia di swing e jazz e non solo. Mentre questa vicenda scorre davanti ai nostri occhi, andando a spasso nel tempo e sulle corde degli strumenti, torna in mente anche un’altra figura che non si è fermata di fronte alle difficoltà di “problemi” fisici. Ci riferiamo a Michel Petrucciani, affetto da osteogenesi imperfetta, chiamata popolarmente “ossa di cristallo” (delicatamente raccontato nel film “Michel Petrucciani – Body and Soul” di Michael Radford, 2011). Certo si tratta di due personalità diverse così come i loro background, ma ci insegnano che al di là del fatto di aver avuto una propria genialità, nella vita vera i solchi apparentemente insormontabili si possono superare. Loro ce l’hanno fatta.

La leggenda del favoloso Django Reinhardt toglie Django Reinhardt dall’oblio, derivante anche dalle tradizioni Manouche di non nominare più la persona morta e dà un autore a tante composizioni sentite e risentite senza magari chiedersi di chi fosse, ma commuovendosi e divertendosi. Un pensiero attraversa la mente mentre si assiste e si partecipa alla visione di questo spettacolo: c’è tanta semplicità, ma nell’accezione più positiva del termine, quasi a rendere onore alle origini semplici dell’artista. La scena è pulita ed essenziale, si avvale di uno schermo che aiuta al racconto, ma soprattutto si vuole dare spazio e corpo a quell’anima musicale (d’effetto sono anche le luci, tanto più in alcuni istanti). Va detto che, come spesso accade, vedere gli artisti recitare e suonare a pochi centimetri di distanza e in presa diretta dà la percezione reale della loro bravura e qui tutti sono eccellenti, nel loro e non solo. Colpiscono anche la versatilità e la vocalità degli attori. Completano il cast Eleonora Russo, Marit Nissen, Gaia Bassi e vogliamo citare i quattro ottimi componenti dell’orchestra: Pirozzi (chitarra e banjo), Luca Giacomelli (chitarra), Raffaele Toninelli (contrabbasso) e Ruben Chaviano (violino). Non alzatevi subito dal vostro posto perché anche i saluti finali fanno parte di questo viaggio. La leggenda del favoloso Django Reinhardt resta in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano fino al 10 giugno.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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