La felicità è un sistema complesso: trailer e recensione

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La felicità è un sistema complesso: come non concordare con questo titolo, è opinione diffusa che alla domanda: “sei felice?”, la maggior parte di noi tema quasi di rispondere anche se in quell’istante lo è. Il regista di “Non pensarci” (insignito del Premio Pasinetti del SNGCI alle Giornate degli autori 2007) rinnova il registro della commedia amara per costruire un sistema di personaggi, relazioni e azioni che metta a tema il sistema della felicità, smascherandolo. Si parte con il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea, Enrico Giusti, pronto a compiere la sua missione di strappare una firma (poi scopriremo perché e a chi) durante una festa Anni ’70. Sembrerà sottile come associazione, ma forse non è un caso che gli sceneggiatori (lo stesso Zanasi, Michele Pellegrini e Lorenzo Favella) scelgano come situazione per presentarci la professione dell’uomo una festa a tema, in cui, a proprio modo, bisogna travestirsi e andare in scena. L’attore romano è qui in splendida forma, la macchina da presa cattura lo sguardo malinconico e perso, ma anche il cinismo con cui Giusti si è costruito la corazza. Il mix di questi elementi porterà a momenti di battute sulfuree e leggerezza. Mastandrea fa davvero la parte del leone, a tratti si ha anche l’impressione che improvvisi per la spontaneità che porta al suo personaggio, rendendo tutto più godibile. Un buon contributo lo offrono, in particolare, Hadas Yaron (nel ruolo di Achrinoam) e Giuseppe Battiston nei panni di Carlo Bernini. La prima piomba nella vita dell’uomo da un momento all’altro, in modo invadente. È legata a suo fratello Nicola (Daniele De Angelis), che forse, proprio come suo padre, è abituato a fuggire o, semplicemente, gli risulta la soluzione più istintiva e tutelante. Bernini, invece, è un collega di Enrico, succube della figura paterna – il loro capo – e meno incline a porsi domande fino in fondo.

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Grazie a una coppia di fratello e sorella, Filippo (Filippo De Carli) e Camilla (Camilla Martini), rimasti orfani, il nostro protagonista (e lo è per quanto si tratti di un film spesso corale) avrà un’evoluzione, farà i conti con se stesso, col passato messo in una nube d’oblio e ancor più con quel sistema preconfezionato di felicità, legato al «mito dell’efficientismo» e dei conti da far quadrare. Zanasi e il suo team danno vita ne La felicità è un sistema complesso a un confronto generazionale particolare – oltre che tra culture e tra sessi – sia tra Enrico e i due fratelli, sia nel rapporto tra il protagonista a la donna israeliana, ex compagna del fratello. «Questi personaggi, Enrico, la ragazza straniera e i giovani eredi Filippo e Camilla, sono diventati allora destini che si avvicinavano, spinti da una forza ineluttabile. Per Enrico quella di confrontarsi con una cosa per lui molto importante, per capire ora, da adulto, come e quando l’avesse perduta: l’Innocenza», ha dichiarato il regista. Sono proprio questi incontri che amplificano la dimensione di leggerezza e anche di riscoperta del gioco – vedi il semplice escamotage delle bolle di sapone, anche molto simbolico. Il tutto bilanciato con altre scene. A un tratto si ascoltano queste parole: «Sognare stanca», che ci fanno sentire quel sapore amaro capace di far nascere il disincanto anche in chi ha ancora uno sguardo puro. Zanasi dimostra di aver preso sempre più consapevolezza della macchina cinematografica, accentua il montaggio (Ugo De Rossi), gioca con la colonna sonora molto presente (torna quasi come un leitmotiv la canzone In a manner of speaking cantata dai Nouvelle Vague) e continua un percorso anche con alcuni attori con cui aveva già lavorato, dagli stessi Mastandrea e Battiston a Teco Celio e Paolo Briguglia. La messa in quadro vuole, infatti, specchiare la confusione e la patina di cui sono intrisi i nostri personaggi, i quali, fotogramma dopo fotogramma, diventano persone in carne ed ossa con fragilità, desideri e sogni.

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Ecco La felicità è un sistema complesso impasta le mani in qualcosa di concreto e non declina la felicità in un’accezione ideale. Attraverso queste vite ed intrecci, lo spettatore si immedesima e prova quanto cambiare e decidere di farlo non sia affatto semplice, sia che si pensi sul piano individuale che su quello collettivo. Tutte le età vengono abbracciate e questo fa sì che l’opera possa toccare e far riflettere dai giovani agli adulti, creando magari dialogo tra loro post visione. Ma entriamo nel cuore della trama: Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) fa un lavoro particolare; avvicina (talvolta quasi li “addesca”) dirigenti di azienda non molto competenti e li convince a lasciare il proprio posto. Questo fa sì che la struttura non fallisca e i dipendenti non perdano il lavoro. Un giorno gli capita come caso quello di Filippo (Filippo De Carli) e Camilla (Camilla Martini) Lievi, due giovani ereditieri, rimasti orfani di entrambi i genitori a causa di un incidente d’auto. In realtà il compito di Enrico è quello di impedire che i ragazzi prendano le redini del gruppo, ma sarà proprio questo caso apparentemente semplice a mettere tutto in discussione!

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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