L’attesa: trailer, trama e recensione del film

L’Attesa, recensione

l-attesa-trailer-trama-recensione-filmL’atmosfera è vicina a quella lattiginosa di Sils Maria, recente film con Juliette Binoche, e anche l’empatia sviluppata tra due donne (nel lavoro di Assayas era Kristen Stewart) ne ricorda vagamente l’intreccio, anche se nell’opera d’esordio di Piero Messina, L’attesa, ad incontrarsi, in un claustrale dramma da camera bergmaniano, sono una madre e la fidanzata del figlio. Rispetto alle nuvole che formano il “serpente del Maloja”, Messina racconta i fantasmi interiori che non si disperdono in convenzionali vedute paesaggistiche, come nella pellicola francese sopra citata, ma si raccolgono, stretti, intorno a oggetti, feticci, involucri e stanze vuote, tra silenzi ovattati e virtuosismi stilistici. La storia prende avvio nel mezzogiorno italiano della controra, in cui uomini e donne devono fare i conti con i propri tormenti e con insidiosi demoni meridiani portatori di allucinazioni nell’assolata terra sicula. Mentre in una folcloristica città sicula incombono i preparativi per la processione pasquale chiamata “a giunta”, Anna (Juliette Binoche), prefica dal fascino magnetico, si sostituisce fin dalla prima sequenza al Cristo morente per adempiere alla sua personale passione; perché il lavoro di Messina, manierista con gusto sopraffino, parla proprio di una passione al femminile, come ci dimostrano i continui riferimenti ad una donna inquieta con gli occhi sempre lucidi e il costume locale delle processioni che scortano il Cristo sofferente per gli stretti vicoli. Sappiamo tutto già dall’inizio, nulla della storia è precluso, anzi, viene portato alla luce grazie a quelle che sono continue e volute inverosimiglianze, costruite ad hoc per sospendere l’incredulità e trasportare lo spettatore in una Shangri-La onirica che coincide con l’intimo turbamento della perdita. L’attesa riflette infatti sulla rielaborazione del lutto e lo fa utilizzando uno stile barocco e sfarzoso, facendo del ralenti e delle sequenze-madri i suoi cavalli di battaglia. Nella sua “stanza del figlio”, più elegante e pomposa di quella di Moretti, il rigore drammaturgico è sostituito dall’abilità tecnica che illustra le pene obbligate da scontare per la madre addolorata. Quasi riproponendo per immagini la teoria freudiana del lutto e della malinconia, Anna accoglie con affetto materno la ragazza del figlio assente – anche la giovane è giunta da Parigi per incontrarlo – e cerca di trattenere nell’animo esacerbato – le è appena morto il fratello – uno spiraglio di speranza prima di affrontare da sola il dolore della perdita. In tal sede è impossibile svelare altro senza ricadere in un fastidioso spoiler, per cui si prenda per buono il discorso sull’accettazione del lutto e le strategie che utilizza l’inconscio di Anne per metabolizzare la scomparsa. Per il cineasta siculo la partecipazione al Festival di Venezia è una delle tre prime volte, dopo il successo raggiunto con il cortometraggio Stidda ca curri, vincitore del 50esimo Taormina Film Festival; a questo si aggiungono gli altri battesimi del fuoco: il primo lungometraggio girato e la direzione di un’attrice premio Oscar del calibro di Juliette Binoche. Liberamente ispirato alla pièce teatrale di Luigi Pirandello La vita che ti diedi e impregnato di umori ancestrali, il film di Piero Messina ambientato nella sua Sicilia avvolta dalla “paesana”, (la nebbia), è una scommessa vinta, nonostante parte della critica non gli perdoni la vicinanza espressiva ad un autore come Paolo Sorrentino di cui è stato assistente di regia. Ciò che gli altri sostengono debba scorgersi in filigrana, Messina lo fa traboccare, con un tripudio di effetti estetizzanti e continue sovrapposizioni di luci e suoni, in superficie, esteriorizzando i sentimenti e raccontando l’assenza con la sovrabbondanza stilistica, il vuoto con il pieno. L’attesa vive così nel tempo lungo e ininterrotto della coscienza, intervallato dall’affiorare del volto sofferente e magnetico di Juliette Binoche e di quello ingenuo di Lou de Laâge. Nulla si può immaginare perché il lutto si fa spettacolo in un triumphus mortis che è sinestetico, profondo e sempre presente, fino alla fine. Il film ha il potere di incantare perché a volte, forse, le emozioni possono amplificarsi se incanalate attraverso l’artificio tecnico del virtuosismo che non è necessariamente una strategia di autocompiacimento, ma la scelta obbligata di rimanere ancorati al proprio immaginario di appartenenza, alla propria scuola di pensiero per ribadire massima coerenza stilistica e libertà di espressione. Voto: (4 / 5)

L’attesa, trama

In una Sicilia nebbiosa e onirica, Anna (Juliette Binoche) è improvvisamente colpita dal lutto del fratello e si ritira nella solitudine della sua villa con il solo factotum Pietro a farle compagnia. Giunta all’improvviso da Parigi, Jeanne, la fidanzata del figlio Giuseppe, prende alloggio nella sua dimora e insieme attendono ansiose l’arrivo del figlio.

L’attesa, trailer

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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