“L’abito della sposa”, commedia delicata e nostalgica

La recensione della commedia “L’abito della sposa”, allestita al Teatro della Cometa di Roma, dal 21 ottobre al 9 novembre 2014

©Massimo Achilli
©Massimo Achilli

Una sartoria italiana agli inizi degli anni 60, una piccola oasi di ordine in un Paese ai primi vagiti di una prosperità che di lì a poco sarebbe divenuta il boom. Un’ingenuità di fondo, un candore o un pudore ancora percepibile, almeno ai nostri occhi o nel nostro immaginario di odierni cittadini smaliziati. Cose che ancora non si potevano dire, comportamenti riservati che stridevano di già con i sentori di una mondanità crescente. Uomini che non potevano ricamare e ragazze col senso dell’onore. Un piccolo mondo che ci appartiene e da cui proveniamo.

L'abito della sposa
©Massimo Achilli

Due anime apparentemente lontane, quella del sarto Lucio e della ricamatrice Nunzia, che si incontrano. Due solitudini. Lui uomo di mezza età dai modi spicci ma buono, erede della sartoria militare del padre, che sogna con le canzoni di Rita Pavone un mondo altro, colorato. Lei, umile ragazza introversa, impacciata, chiusa come un riccio. Entrambi celano rimpianti, dolori e segreti che pian piano emergeranno nelle lunghe giornate passate a confezionare un abito da sposa per la figlia di un generale. L’abito della sposa che è, appunto, anche il titolo di questa deliziosa commedia generata dalla fervida penna di Mario Gelardi, pluripremiato autore, sarà l’oggetto simbolo di un riscatto, di una liberazione per entrambi, ma nel modo più sorprendente e inaspettato.

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©Massimo Achilli

 Uno spettacolo di grande delicatezza, un viaggio connotato da note crepuscolari, ben sottolineate da una certa nostalgia per tutte quelle “cose che potevano essere e non sono state” per dirla con Gozzano, citato dal simpatico sarto (Pino Strabioli). Con la colonna sonora delle belle canzoni dell’epoca e, in sottofondo, le notizie dei primi scandali e i tragici eventi resi pubblici dalla radio e dalla televisione (meglio ancora dai cine-giornali), dal Vajont all’assassinio di Kennedy, i due tenerissimi personaggi riescono a creare una bella e forte atmosfera, che dal palco si riversa dolcemente sugli spettatori, emozionando con semplicità ma grande efficacia. Un trompe l’oeil raffinato, un gioiellino di grazia ed eleganza, una parentesi ovattata nelle nostre giornate convulse, quello che ci offrono i due bravissimi interpreti, guidati dalla regia suggestiva di Maurizio Panici. Alice Spisa, straordinaria interpretazione, e Pino Strabioli, convincente e delicato nella sua recitazione, ci regalano una serata con i sapori (e le musiche) di quegli anni in cui un’epoca stava finendo e tutto il resto stava per iniziare, in cui i sogni “nutriti di rimpianti”, dai colori pastello come i bellissimi costumi di scena (di Alessandro Chiti), erano ancora possibili. Dove le passioni non erano urlate sguaiatamente. Davvero, come afferma il regista nelle sue note, “una storia necessaria in un tempo come il nostro”. Si esce dal teatro leggeri, commossi, grati per essere stati immersi in un mondo che, visto con gli occhi di oggi, forse dovremmo rimpiangere per quello che poteva essere e non è stato. Un bocciolo di rosa, una carezza. Da vedere.

 

Paolo Leone

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L’abito della sposa. Roma. Teatro della Cometa, dal 21 ottobre al 9 novembre

Interpreti: Pino Strabioli e Alice Spisa

Scene e costumi di Alessandro Chiti; Musiche a cura di Paolo Vivaldi

Regia di Maurizio Panici

Artè Teatro Stabile d’innovazione, in collaborazione con Todi Festival 2014 presenta: L’abito della sposa, novità assoluta di Mario Gelardi

Si ringrazia l’ufficio stampa nella persona di Silvia Signorelli

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Autore dell'articolo: Paolo Leone

Paolo Leone
Nato a Roma. Ama il teatro, di qualsiasi genere. Free lance, segue le stagioni teatrali romane da anni, scrivendo recensioni e realizzando interviste ai protagonisti. Attento ai giovani talenti. Ha organizzato presentazioni di libri in librerie a Roma e provincia ed è stato relatore al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2013.

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