Jim Morrison: 43 anni fa moriva il Re Lucertola, leader dei Doors

THE DOORS

 

“Non dire mai che i sogni sono inutili perché inutile è la vita di chi non sa sognare”. James Douglas Morrison amava ripetere questa frase all’infinito. Perché credeva nell’importanza vitale dei sogni. Perché ha combattuto per realizzarli, andando controcorrente, sbattendo la testa contro il muro di falsità e violenza che la politica aveva eretto negli anni Sessanta. Artista a tutto tondo, sul palco come nella quotidianità di un ragazzo poco più che ventenne, il Re Lucertola (così usava definirsi) è considerato uno dei simboli della famosa contestazione giovanile sessantottina e vera icona del rock, leader della band The Doors, il gruppo americano più importante e influente della storia.

Jim-Morrison

Jim ci ha lasciato esattamente 43 anni fa. Il 3 luglio 1971, infatti, all’età di 27 anni, il poeta della musica viene trovato morto nella vasca da bagno di casa sua, al n. 17 di rue de Beautreillis, a Parigi. Tante le leggende che si sono rincorse per dare una spiegazione all’accaduto. C’è chi parla di un attacco cardiaco (che corrisponde alla versione ufficiale) causato dall’uso eccessivo di alcol; ma esiste anche un’altra versione, più “cinematografica”, quasi da thriller: la morte di Morrison sarebbe stata inscenata ad hoc per fuggire la CIA, incaricata di “eliminare” tutti i miti della controcultura, i sovversivi come Jim (si spiegherebbe, quindi, la tragica fine di Janis Joplin e di Jimi Hendrix, scomparsi anch’essi all’età di 27 anni). Terza e ultima ipotesi, quella forse più credibile, una overdose di eroina pura.

Quale sia la verità, non è dato a sapersi. L’unica certezza che abbiamo oggi, come allora, è che la perdita dell’artista americano ha aperto una profonda ferita nel cuore di milioni di fan in tutto il mondo, soprattutto in tanti giovani che vedevano in Mr. Mojo Risin (altro soprannome) una specie di divinità, un Dioniso incarnato, un bohemien dalla sensibilità e dall’intelligenza sovraumane, simbolo di rivincita, speranza, bellezza e libertà.

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Di James uomo e personaggio pluriamato e idolatrato ce ne sarebbe da raccontare, tra eccessi e amori tormentati, battaglie giudiziarie e litigi furibondi anche con i membri della sua band. A noi di Cultura e Culture, interessa ricordare l’artista Morrison, colui che ha saputo rivoluzionare con la propria arte di scrittore, cantante e musicista, la dimensione rock universale, spalancando le porte dell’eternità con la sola forza della poesia.

L’anno più importante della sua vita professionale è il 1964. James lascia la famiglia, benestante ma troppo opprimente, che lo voleva avviare a una carriera militare, ben diversa da ciò che lui sperava e sognava per se stesso, per intraprendere una strada affascinante quanto difficile, quella del cinema. Dopo un duro scontro con il padre, il futuro rocker riesce a ottenere i soldi che gli servono per pagarsi gli studi presso il celebre UCLA (centro sperimentale della cinematografia della California). L’esperienza come attore e regista si rivela presto un flop, anche se Jim coglie l’occasione per studiare letteratura e poesia, ambiti che gli consentiranno, poco dopo, di scrivere testi e di fare musica. L’incontro con l’amico e futuro tastierista Ray Daniel Manzarek, darà il via definitivo alla carriera musicale di Jim. I due fondano la band The Doors, il cui nome si ispira a “Le porte della percezione”, opera del noto autore visionario britannico Aldous Huxley.

JIM E PAM

 

I primi pezzi scritti dal neonato gruppo americano prendono spunto dalle poesie e dai racconti che lo stesso Jim ha scritto nel periodo dell’adolescenza e dell’UCLA, tra cui “Moonlight drive”, le cui parole avrebbero impressionato fin da subito Ray, tanto da convincerlo a fondare la band. Il debutto ufficiale dei Doors è datato 1966: Morrison e Manzarek si trovano a Hollywood, nel famoso music club “Whisky a Go Go”. Ai due si uniscono il chitarrista Robby Krieger e il batterista John Densmore. Qui nasce “Light my fire”, una delle canzoni più amate dai giovani di tutte le generazioni, con quell’assolo magico e lunghissimo di Ray e la voce sensuale e sexy di James a dare il colpo di grazia alle tante fan innamorate della band. Tra queste, Pam Courson, colei che starà accanto a Morrison fino alla fine e che lo amerà davvero.

Ad accorgersi del talento e della ventata di novità portata dai Doors è Jac Holzman della Elektra Records, casa discografica che propone ai ragazzi un contratto in esclusiva per la realizzazione di sette album. All’inizio del 1967 esce, infatti, “The Doors”, primo LP dei quattro musicisti. Un disco esplosivo, tra blues, ballad romantiche a ritmo latino, rock duro e viscerale, poesie visionarie e sensuali, accarezzate dal suono di chitarra flamenco e dalle note boogie partorite da un organo. La voce e il carisma del leader fanno però la differenza, dipingendo atmosfere eteree, arrivando addirittura a simulare orgasmi. Si va dalla splendida e delicata “Alabama Song”, alla rabbiosa “Break on through”, fino alle trascendenti “The end” e “The Crystal Ships”. L’album di debutto dei Doors è un successo anche di vendite, spalleggiando i già famosissimi The Beatles, primi in classifica negli Usa.

Provocatore, folle e maledetto, a ogni sua performance live Jim si scatena e crea scompiglio tra la folla eccitata. Un comportamento da vero “Dio della musica” che gli crea non pochi problemi durante il tour, sempre accerchiato dalle forze dell’ordine, che arrivano anche ad arrestarlo per oscenità in luogo pubblico, bestemmie e frasi offensive pronunciate di fronte alle telecamere.

Nel 1968 arriva “Waiting for the sun”, secondo album della rock band. Un lavoro meno brillante del precedente ma capace di sfornare perle quali “Love Street” e “Hello, I love you” (dedicate alla sua amata e tormentata Pam) e pezzi figli degli stati di allucinazione di Jim, provocati dall’uso di droghe pesanti. I concerti che succedono alla pubblicazione del disco alternano momenti di grande spettacolo e coinvolgimento emotivo a performance al limite del ridicolo e dell’eccesso psicofisico. Inizia, in questa fase, il lento declino dell’uomo Morrison e, di conseguenza, anche dell’artista. In conseguenza di questo stato di confusione del suo leader, la band pubblica un album, il terzo della carriera, che non convince pubblico e critica. “The soft parade” si rivela un flop: le tracce contenute nel disco sono assai sperimentali ma talvolta non facilmente digeribili anche dai fan più accaniti. A non convincere del tutto è il sound che permea l’intero album, un mix di archi e stranezze da camera un po’ hard, un po’ aspre. Nel 1970 arriva però “Morrison Hotel”, progetto che segna, o meglio, promette di inaugurare la svolta blues dei Doors: il disco non vende molto ma regala canzoni capolavoro come “Roadhouse Blues”. Anche “L.A. Woman” (1971), ultimo figlio dei Doors, consegna pezzi intimi e sempreverdi come “America”, “Love her madly” e la sconvolgente “Riders on the storm”. Ma ormai per Jim pare essere la fine, sempre più vicino all’addio al palco e all’amata musica. Come è andata purtroppo lo sappiamo. La leggendaria vita di Morrison, tra salti nel fuoco dell’Inferno e voli d’angelo nel Paradiso terrestre, resterà scritta sulle pagine della storia della musica e dell’arte in genere e, soprattutto, nei capolavori che lui stesso ha creato.

Silvia Marchetti

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Autore dell'articolo: Silvia Marchetti

Silvia Marchetti
Silvia Marchetti, nata a Mirandola (Modena) nel 1981, è giornalista pubblicista e web designer. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, si occupa da anni di Cultura e Spettacoli, pubblicando articoli, recensioni e interviste relative al mondo del teatro, del cinema e, in particolare, della musica. Tra le sue passioni, la buona cucina, i concerti, la moda e Milano, città in cui ha deciso di vivere.

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