Jeff Buckley, buon compleanno “Grace”

Jeff Buckley2La maledizione dei 27, per Jeff Buckley, funzionò al contrario. Non raggiunse infatti Kurt Cobain, Robert Johnson, Dave Alexander e i colleghi dell’ancora più esclusivo gruppo dei “J27” (Jim Morrison, Brian Jones, Janis Joplin e Jimi Hendrix) trovando la morte a 27 anni. No. Buckley entrò in studio di registrazione e il 23 agosto del 1994 pubblicò “Grace”, unico disco inciso dal cantante americano, prima di trovare la morte tre anni dopo. Un inno all’amore, un album meraviglioso che da solo gli è valso l’immortalità. A 27 anni Buckley non si suicida, non muore di overdose né scompare in qualche strano e misterioso incidente. Lui no. Lui mette assieme dieci canzoni bellissime e diventa Jeff Buckley, per l’intero pianeta. Oggi sono passati esattamente 20 anni da quel giorno. Il mondo, negli anni ’90, non era poi così diverso da quello di adesso. C’erano le guerre (Cecenia, Bosnia, il genocidio in Ruanda), c’erano personaggi importanti che ci lasciavano (Modugno, Troisi, Ilaria Alpi), c’era Berlusconi che scendeva in campo e Mandela che diventava Presidente del Sudafrica. Nel 2014 ci sono ancora guerre, ci sono ancora personaggi importanti che scompaiono, c’è ancora Berlusconi ma non c’è più Mandela. E non c’è più neanche Jeff Buckley, che ha ignorato il “Club 27” per ritagliarsi una fine tutta sua all’età di 30 anni, il 29 maggio 1997. “Grace” è quello che ci resta di lui, la traccia del suo passaggio nella storia del rock, il dono di un artista che con la sua voce incantò tutti, dai fan ai giornalisti ai colleghi musicisti.

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Com’è stato possibile? Eppure, in quel 1994, la concorrenza era agguerrita e di massima qualità. “Dookie” dei Green Day vendeva milioni di copie, Beck esordiva con l’incredibile “Mellow Gold”, i Blur si facevano conoscere in tutto il mondo con “Parklife”. E poi ancora i debutti di Oasis e Korn, passando per l’Unplugged dei Nirvana e “Dummy” dei Portishead. Insomma, lo spazio era poco. E avere talento non bastava. Bisognava possedere una scintilla diversa, per farsi notare. Bisognava essere unici. E avere cuore. Quando “Grace” apparve sugli scaffali dei negozi di dischi, gli unici ad esserne entusiasti furono i critici musicali e le riviste di settore. Le recensioni positive e le stelle attribuite al disco si sprecavano. Ma il pubblico non rispose allo stesso modo. Nell’epoca del Grunge, negli anni delle chitarre gracchianti e delle urla disperate, la voce angelica di Jeff e la sua classe compositiva non fecero presa. “Grace” raggiunse solo il 149esimo posto nelle classifiche americane, con appena 2000 copie vendute nella prima settimana (per capirci, “Nevermind” dei Nirvana, nel periodo di Natale del 1991, ne vendeva 400.000 a settimana). Il successo quindi non arrivò.

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Non subito, almeno. Certo, le doti artistiche e tecniche erano fuori discussione. Ed essere figlio di una leggenda come Tim Buckley sicuramente dava una mano. Ma sul momento, soltanto in Australia “Grace” riscosse un grande successo commerciale. Era uno “sleeper“, un disco sonnecchiante che non procede per scrosci violenti, ma per lente infiltrazioni. L’annegamento di Jeff a Memphis, nelle acque del Wolf River, ha contribuito in maniera decisiva a risvegliarlo. “Grace”, negli anni successivi, ha ottenuto un disco d’oro negli Stati Uniti, sei dischi di platino in Australia e un doppio disco d’oro in Francia, assestandosi sui 2 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Ma sarebbe da ingrati non ammettere che questo disco è una gemma rarissima, scritto da una mano illuminata, attenta, feroce e rigorosa allo stesso tempo. La voce di Jeff è senz’altro il valore aggiunto, un timbro cristallino e potente che dona alle composizioni un’aura mistica, una dote che si misura col contagocce nella storia del rock. Dicevamo dell’amore. Il disco è, nella sua quasi interezza, una dedica struggente a Rebecca Moore, il grande amore di Jeff, la musa ispiratrice. La loro relazione burrascosa è al centro di gran parte dell’album, soprattutto nella title-track e in “Last Goodbye”. Ma i problemi non erano limitati al loro rapporto. La gestazione del disco fu infatti lunga e dal costo pesante. La pubblicazione, prevista per gennaio, slittò poi a marzo, fino a quando la Columbia Records non decise per agosto. I costi, nel frattempo, lievitarono fino a raggiungere il milione di dollari. Una cifra folle, per un debutto. Tra i dieci pezzi inclusi nell’album ci sono tre cover: “Lilac Wine” di James Sheldon, “Corpus Christi Carol” di Benjamin Britten e la famosissima “Hallelujah” di Leonard Cohen, un miracolo musicale che supera di gran lunga la versione originale. Il tutto per 51 minuti e 44 secondi di musica, suonati da Jeff assieme a Mick Grondahl al basso e Matt Johnson a batteria e percussioni e sotto l’attenta regia di Andy Wallace, nientemeno che il produttore di “Nevermind”. Tanti altri musicisti, da Gary Lucas a Michael Tighe, contribuirono all’album, inciso presso il Bearsville Recording Studio di Woodstock a partire dal settembre del 1993. Molti, come Jimmy Page e Robert Plant, lo definirono il loro disco preferito del decennio. Altri, come Bob Dylan, vedevano in Buckley uno dei più grandi compositori del suo tempo. E David Bowie avrebbe portato “Grace” con sé sulla classica isola deserta. Il fatto che Rolling Stone, nel 2003, abbia inserito la creatura di Jeff nei 500 dischi più importanti di tutti i tempi non sorprende più di tanto, allora. “Grace” ancora oggi continua a vendere e a ispirare le nuove generazioni con la sua musica a metà tra “il pantano e la struttura”, come la definì lui una volta. “Hai presente uno di quei momenti in cui ti sembra di ricordare un sapore, una sensazione o qualcosa di simile, ma quello che senti è talmente strano e impalpabile che non riesci ad afferrarne il senso? Questa è la mia estetica musicale. Questo impercettibile, effimero ricordo. Può davvero farti impazzire. O ucciderti”.

Paolo Gresta

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Autore dell'articolo: Paolo Gresta

Paolo Gresta
Paolo Gresta è nato a Roma nel 1977. Laureato in Lingue, con una specializzazione in Editoria e Scrittura, è giornalista pubblicista e collabora da anni con riviste e magazine online con articoli di cultura, spettacoli, musica e sport. Tra i suoi interessi principali ci sono la letteratura, i concerti, i viaggi e la scrittura”

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