Il Venezuela tra dittatura ed economia al collasso

Il Venezuela è diventata una bomba a orologeria, pronta a esplodere in qualunque momento. I disordini, ormai, si susseguono, a fasi alterne, da più di un anno e sembrano inarrestabili. Si tratta di un vero e proprio terremoto economico e sociale. Non politico, almeno per adesso. Nicolàs Maduro, erede di Hugo Chavez, è intenzionato a mantenere il potere a ogni costo, a mostrarsi saldo alla guida del Paese; un leader “assoluto” che deve nascondere la polvere sotto al tappeto e ostentare la pace che non c’è, minimizzando sugli ultimi avvenimenti e paragonandosi addirittura a Stalin. Tutto questo mentre il popolo insorge a causa della mancanza di beni di prima necessità, come cibo e medicine; mentre un ragazzo di quattordici anni viene ucciso con un’arma da fuoco per aver partecipato a una manifestazione studentesca d’opposizione a San Cristobal; mentre gli oppositori politici scompaiono nelle prigioni del regime e alcuni muoiono in circostanze misteriose, come Rodolfo Gonzalez, incarcerato da circa un anno con l’accusa di cospirazione. Sulle cause del decesso, apparentemente un suicidio, si cela, infatti, l’ombra di un’esecuzione di stampo politico, ma solo l’autopsia potrà svelare l’enigma. Tutto questo mentre Vanessa Ledezma, figlia di Antonio Ledezma, sindaco di Caracas arrestato dal regime di Maduro con l’accusa di essere un golpista, chiede giustizia per suo padre, vuole vederlo e invoca la sua liberazione perché non esiste alcun tentativo di colpo di Stato, solo un’opposizione politica che sarebbe normale in qualunque Paese democratico. Non nel Venezuela di oggi a quanto pare: gli Stati Uniti, Amnesty International e perfino Papa Francesco hanno denunciato le continue violazioni dei diritti umani, esprimendo opinioni forti contro la violenza ormai dilagante. Due protagoniste d’eccezione hanno accettato con grande disponibilità di parlarci della situazione in Venezuela, di lasciarci le loro parole, la loro vivacità intellettuale per aiutarci a capire davvero cosa sta accadendo in questo grande e ricco Stato del Sud America. Due donne coraggiose la cui forza è emblema della fierezza dell’intero popolo venezuelano, che ha paura, certo, è stato piegato e calpestato, ma non ancora domato: Vanessa Ledezma e la giornalista venezuelana Marinellys Tremamunno. Vanessa è stata ricevuta in Senato proprio due giorni fa dalla “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani” e dal “Comitato per le questioni degli italiani all’estero”. Questo incontro è avvenuto durante la manifestazione tenutasi a Roma lo scorso 12 marzo per denunciare il regime Maduro, le violazioni dei diritti umani e gli arresti illegali come quello di Antonio Ledezma detenuto nel carcere di Ramo Verde. La figlia del sindaco di Caracas si trova, ora, in Italia, ospite della famiglia d’origine a Grottaminarda, provincia d’Avellino. Gli altri figli del politico italo venezuelano vivono a Piacenza e attendono con ansia notizie sulla sorte del loro congiunto. Marinellys Tremamunno, invece, è una giornalista italo venezuelana. Suo padre è italiano, di origini pugliesi per l’esattezza. Marinellys ha lavorato come reporter in Venezuela per dieci anni poi, cinque anni fa, ha deciso di lasciare il Paese natio, già scosso da eventi drammatici e da una insostenibile situazione politica, economica e sociale. In Venezuela Marinellys era riuscita anche a fondare un giornale che ha dovuto, purtroppo, chiudere per ragioni finanziarie e, soprattutto, a causa della totale assenza di libertà d’espressione sotto il regime di Chavez. Proprio a quest’ultimo e al suo rapporto con i media ha dedicato un saggio non tradotto in italiano (ma speriamo che ciò accada presto data l’importanza del tema trattato) dal titolo “Chavez y los medios de comunicacion social” (Alfadil, Caracas, Venezuela, 2002).

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In Venezuela? Una dittatura sotto la fragile maschera della democrazia

Due donne, Vanessa e Marinellys, apparentemente molto diverse tra loro, ma accomunate dall’evidente origine italiana. Il Venezuela, infatti, vanta una numerosa comunità italiana che mantiene rapporti stretti con il nostro Paese. Una ragione in più per interessarsi alle vicende attuali che coinvolgono lo Stato sud americano. «In Venezuela c’è una comunità italiana che, tra emigrati e discendenti, conta tre milioni di persone. La condizione del Paese non può essere ignorata perché questa comunità vive, lavora lì e invia anche dei soldi in Italia. I due Paesi hanno legami fortissimi e lo Stato italiano dovrebbe far sentire la propria voce ma, purtroppo, non ha ancora fatto alcuna dichiarazione forte in tal senso, al contrario di Papa Francesco. I venezuelani hanno bisogno d’aiuto», ci spiega la Tremamunno. In effetti dato il potere dei mezzi di informazione e la presenza di Internet non si può più far finta di non sapere e neppure utilizzare la solita scusa della lontananza come giustificazione per disinteressarsi di ciò che accade nel mondo. Le idee e i pensieri, buoni o cattivi che siano, infatti, non conoscono ostacoli né temono distanze, veicolati dagli uomini e dai media, dal momento che «non sono pochi i tentativi di esportare l’ideologia di Chavez e Maduro fino in Europa.

Il presidente Maduro
Il presidente Maduro

Dunque la faccenda riguarda tutti, non è così lontana come si pensa. Di più: il governo venezuelano, che non ha denaro per il popolo, ha speso una montagna di soldi per far pubblicare a svariati giornali gli annunci che riguardavano la commemorazione della morte di Chavez, altro modo per esportare l’ideologia. Lo stesso Hugo Chavez regalava petrolio a questo scopo. L’attuale situazione politica spagnola, continua Marinellys Tremamunno, è la prova di tutto ciò: «Esiste anche un partito spagnolo, il “Podemos” che è proprio il risultato concreto di questo tipo di politica. In Spagna ne hanno paura, è un fenomeno preoccupante. Per questo bisogna informarsi. In Venezuela non lo abbiamo fatto per tempo e questo ci ha danneggiati».

Le notizie da Caracas e dalle più importanti città della nazione si susseguono senza sosta in questi giorni ma, come riporta la giornalista italo venezuelana, ciò a cui stiamo assistendo è l’esplosione di un incendio che covava da anni sotto la cenere delle ingiustizie e del malcontento popolare. «Per capire ciò che sta accadendo oggi bisogna tornare indietro nel tempo. Il Venezuela ha vissuto quindici anni di governo Chavez e due di governo Maduro. Chavez è arrivato al potere approfittando delle condizioni di instabilità economica, sociale e politica del Paese. Ha raccolto voti facendo leva sul malcontento popolare e aizzando la folla stanca e demotivata contro quelli che ancora potevano contare su un certo benessere e avevano la fortuna di poter lavorare e studiare, accusati di essere sfruttatori della società. Chavez ha usato abilmente il suo grande carisma nei confronti delle persone di bassa estrazione sociale, dando origine a una vera e propria lotta di classe che dura ancora oggi».

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Hugo Chávez
Hugo Chávez

Dunque gli anni di regime, preceduti da elezioni le cui modalità e risultati appaiono discutibili, hanno completamente rovesciato l’immagine del Paese, colpendolo nelle sue parti vitali e alterandone perfino la “fisionomia” politica fino a renderlo irriconoscibile: «Prima di Hugo Chavez il Venezuela era una nazione democratica e accogliente, dopo di lui, soprattutto in seguito alla sua rielezione la Costituzione è stata modificata in modo che il Presidente potesse avere ampi poteri. Teniamo conto anche del fatto che Il Venezuela si fonda su un sistema presidenziale e questo consente già un grande “margine di manovra” alla figura del Capo di Stato. Chavez è riuscito a nascondere la dittatura sotto una fragile maschera di democrazia. Non c’è stata una vera e propria rivoluzione come la si intende di solito; in realtà il presidente controllava tutto e questo gli consentiva di indire elezioni farsa i cui risultati erano davvero molto discutibili e spacciarle per volontà popolare».

Con l’arrivo dell’attuale presidente le cose non sono certo andate meglio e l’ombra di Chavez continua a giganteggiare in Venezuela: «Il suo atteggiamento e il potere illimitato è stato ereditato da Nicolàs Maduro, il quale è arrivato perfino a ottenere una risoluzione secondo la quale è lecito l’uso di armi per reprimere le manifestazioni che sono, invece, del tutto pacifiche. Maduro può agire in questo modo, violando ripetutamente i diritti umani proprio in quanto successore ed erede politico di Chavez». Il pugno di ferro di Maduro ha completamente schiacciato l’arbitrio dei venezuelani: «Nel mio Paese non c’è più libertà di parola. Quando sono andata via erano state chiuse trentadue radio private in un giorno solo! I militari erano entrati nelle sedi e avevano distrutto tutte le attrezzature tecniche. Le persone intorno a me si sentivano impotenti e terrorizzate da tanta violenza. Oggi, poi, sotto il regime Maduro, si uccide con una facilità sconcertante che non si ricorda neppure ai tempi di Chavez. L’assassinio del ragazzino di quattordici anni durante le ultime proteste ne è un esempio. Le indagini che la polizia sta svolgendo sono, purtroppo, solo di facciata. Queste manifestazioni sono iniziate il 12 febbraio 2014, Giorno della Gioventù in Venezuela, in risposta ai problemi che affliggono il Paese. In seguito sono stati arrestati Leopoldo Lopez, sindaco di Chacao e Daniel Ceballos, sindaco di San Cristobal. Da febbraio dello scorso anno, poi, sono state arrestate 3705 persone, secondo i dati provenienti dalla valutazione del Foro Penal venezuelano che difende quanti vengono perseguitati per ragioni politiche. Oggi, di quelle persone, sessantadue sono ancora detenute. Proprio San Cristobal e Caracas sono stati importanti teatri della durissima repressione ordinata da Maduro e i manifestanti, per paura, hanno dovuto smorzare i toni della protesta».

 

Il Venezuela è un Paese ricco di risorse ma il sistema produttivo è stato distrutto. «Il Paese “dipinto” dalle telenovelas degli anni Ottanta è un lontano ricordo»

Tutto ciò che sta accadendo fa paura anche per un’altra ragione, come ci rivela Marinellys, ovvero l’incapacità di gestire le enormi ricchezze naturali del Paese che, in tal modo, rimangono strette nelle mani potere, letteralmente frantumate e fagocitate in nome degli interessi, dell’ideologia e della violenza imperante che non consente il progresso ma solo la repressione: «Dico sempre che il Venezuela è un povero Paese ricco e spiego subito il motivo. Pur potendo contare sull’inestimabile risorsa del petrolio, su una notevole attrattiva turistica, dalle splendide spiagge alla Foresta Amazzonica e su un suolo fertile tutto l’anno, la crisi e il regime lo hanno distrutto. Il prezzo del petrolio è calato vertiginosamente, Chavez e Maduro hanno completamente disintegrato il sistema produttivo: Hugo Chavez ha espropriato le aziende ai legittimi proprietari, la maggior parte dei quali erano di origine straniera e avevano investito nel nostro Paese, riassegnandole a persone prive di competenza o chiudendole. Tutto ciò ha portato, oggi, a un’inflazione pari al 64% (si calcola che quest’anno arriverà addirittura al 100%). Insomma Il Venezuela non produce più e importa l’70% dei beni necessari alla sopravvivenza. venezuela-petrolioA tutto questo si aggiunge la violenza dilagante; si calcola che ogni week end, a Caracas, muoiano in media sessanta persone, uccise dalle armi da fuoco. Ogni anno ci sono circa ventiquattromila morti, per questa ragione, in tutta la nazione». Vivere in Venezuela, da circa diciassette anni a questa parte, è diventato pericoloso e difficile. Non si può quasi più definire vita ma vera sopravvivenza. Le descrizioni della Tremamunno sono sconfortanti: «Chavez ha iniziato una politica di distruzione sistematica del Paese a cui, come ho già spiegato, si sono aggiunti odio di classe e violenza ereditati dal regime odierno. Con Maduro, però, stiamo assistendo anche alla definitiva perdita di valori, risultato di questa crisi profonda che va avanti da troppi anni. I nostri giovani sono cresciuti in un clima violento e repressivo. Esistono dei gruppi paramilitari chiamati “Colectivos”, nati nelle favelas e protetti dal governo che hanno il compito di terrorizzare i manifestanti e chiunque osi pensarla in maniera diversa», sostiene la giornalista che aggiunge: «Per tutti questi motivi denunciare, soprattutto per chi vive in Venezuela, non è facile. La popolazione è allo stremo delle forze: manca il cibo, si fanno file lunghissime per riuscire a comprare qualcosa, non si trovano nemmeno le medicine. Come ho già spiegato tutto è importato e addirittura nei supermercati il cibo viene razionato in base al numero della carta d’identità; un giorno possono far la spesa coloro il cui ultimo numero sul documento è dispari, per esempio, un altro giorno quelli che hanno il numero pari. Ricordi il mito del Venezuela dipinto nelle soap opera degli anni Ottanta? Quel mondo in costante progresso? Non esiste più». Dalle parole della giornalista, dunque, emerge il ritratto di due leader che, pur somigliandosi per quel che concerne lo scopo politico, l’impostazione ideologica e l’ostentata virilità, sono due personaggi umanamente molto diversi; Chavez sapeva incantare le folle, cosa che non riesce altrettanto bene al suo successore, al punto che, anche sotto questo aspetto, con questi «la situazione è peggiorata. Chavez non ha fatto nulla di buono però aveva più carisma e intelligenza di Maduro. Riusciva a manipolare le persone a suo piacimento e secondo una precisa strategia. Maduro, invece, è solo la brutta copia del suo predecessore. Addirittura lo imita in tutto, perfino nel timbro di voce». L’attuale capo di Stato venezuelano, però, fa di tutto per ostentare determinazione e mostrare i muscoli. Del resto non ha scelta se vuole rimanere al vertice del potere. Di recente ha chiesto poteri speciali per “preservare la pace” e “combattere l’imperialismo americano” secondo quanto riporta il “Sole24Ore”. Due tipici cliché, la minaccia di un presunto, vicino nemico da contrastare la ricerca di una stabilità che, invece, andrebbe preservata prima di tutto all’interno del Paese, da sempre utilizzati per sviare l’attenzione dai veri problemi come, in questo caso, la crisi economica che sta soffocando il Venezuela insieme alla violazione dei diritti umani. Il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, però, non ha fatto attendere la sua risposta, definendo il Venezuela una minaccia alla sicurezza nazionale. Per Marinellys Tremamunno è arrivata «finalmente una dichiarazione forte di Obama. Maduro ostenta una sicurezza che non ha e la sua passiva imitazione di Chavez ne è una prova. A questo proposito vorrei raccontare un aneddoto: anni fa conobbi Hugo Chavez durante una conferenza stampa. Dovevo rivolgergli alcune domande e riuscii per caso ad arrivare a pochi passi da lui. Mi prese la mano e, non esagero, in quel momento annullò completamente la mia personalità. Ancora oggi mi chiedo come abbia fatto. Alla fine gli rivolsi solo una delle domande che avevo preparato. Mi sentii dominata, quasi ipnotizzata, proprio io che sono sempre stata molto critica nei confronti del regime. Maduro non ha questo “potere”. Cerca, con le sue azioni, consenso all’estero, ma non l’avrà mai».

Antonio Ledezma, sindaco di Caracas, arrestato per aver fatto opposizione

Nonostante l’insicurezza di Maduro il clima politico e sociale è incandescente e proprio in tale frangente si sta consumando l’ultima, solo in ordine cronologico, attesa di una famiglia che non sa più nulla del proprio congiunto, Antonio Ledezma, sindaco di Caracas e fiero oppositore del regime Maduro. Vanessa, sua figlia, sta muovendo mari e monti pur di riuscire a liberare suo padre dalla prigionia.

Antonio Ledezma
Antonio Ledezma

L’arresto, come lei stessa ci ha spiegato, è avvenuto in maniera violenta e repentina. Nelle sue parole c’è l’angoscia di una figlia, ma anche il coraggio di chi non intende piegarsi di fronte ai soprusi, come ha sempre fatto lo stesso Antonio Ledezma: “Ho saputo dai social e dai media dell’arresto, è stato un momento terribile, ho visto e rivisto il video tante volte, immaginando quegli attimi vissuti da mio padre che prima di essere preso ha mandato quel twitter nel tentativo di far sapere a tutto il mondo quello che stava accadendo, da tempo era controllato e sorvegliato e sapeva di essere in pericolo ma non si è lasciato intimorire ha continuato a sostenere la rinascita del Venezuela con forza, tenacia e coraggio», dice la giovane donna. Dobbiamo, poi, soffermarci sul motivo della detenzione del primo cittadino di Caracas attraverso la chiara e dettagliata spiegazione di Vanessa: «Al momento dell’arresto non gli è stata notificata ufficialmente nessuna accusa, solo dopo si è saputo che l’accusa è quella di aver firmato un manifesto pubblico in cui si chiedeva al governo un programma di transizione democratica per far fronte al regresso economico e sociale del Paese. Successivamente l’accusa che gli è stata mossa è di cospirazione contro il governo e di colpo di stato in accordo con gli Stati Uniti. E’ l’ennesimo colpo di stato che un governo golpista denuncia». Ledezma non ha saputo subito di cosa lo si accusasse come, invece, sarebbe stato suo diritto; è diventato un golpista per aver chiesto una democratizzazione del Paese. A tal proposito la giornalista Marinellys Tremamunno spiega dettagli fondamentali per comprendere la natura e l’involuzione del sistema giudiziario venezuelano negli ultimi anni e, soprattutto, le modalità di transizione democratica di cui ha parlato Vanessa Ledezma: «Attualmente in Venezuela, come ho già detto, ci sono sessantadue prigionieri politici, tra cui Antonio Ledezma, sindaco di Caracas con un lungo e importante percorso politico alle spalle. Non dobbiamo, però, dimenticare che sono ancora detenuti anche oppositori politici dell’epoca di Chavez. Ledezma, come altri, è un personaggio scomodo per il regime e, in qualche modo, hanno voluto toglierlo di mezzo. Non ha preparato né partecipato ad alcun golpe. In realtà, insieme ad altri oppositori politici, Ledezma ha solo chiesto, attraverso una legittima proposta, un governo di transizione. La nostra Costituzione permette richieste simili, dunque non vi è alcun tentativo di colpo di Stato. Non è semplice riuscire a sbloccare la situazione in cui si trovano i detenuti politici. I venezuelani della diaspora come me tentano di far conoscere le condizioni in cui versa la nazione, di denunciare la violazione dei diritti umani, ma non è facile neppure per noi, poiché il regime controlla ogni cosa ed è riuscito a corrompere persone molto potenti». Nessun tentativo di golpe, dunque; solo una legittima richiesta la cui liceità è sancita dalla Costituzione venezuelana. Le carceri del Paese sono ancora piene di prigionieri politici come Antonio Ledezma, un uomo che non si è mai voluto piegare al regime e ha sempre creduto nella libertà, come ribadisce Vanessa con forza: «Mio padre è un uomo che sostiene i principi della partecipazione democratica e della libertà di espressione, contro il totalitarismo di fatto, sostiene che l’economia del Venezuela paese con molte risorse e ricchezze naturali possa essere amministrata in maniera efficiente, condanna la attuale gestione che ha portato il Paese ad un collasso politico economico e sociale, che ha creato uno stato dove non vi è tutela per la sicurezza pubblica, non esiste un’assistenza sanitaria né la possibilità di reperire farmaci né sicurezza giuridica. Il Paese è fortemente indebitato la produzione del petrolio è fortemente scesa, tutto questo porta a carenza di servizi e di beni di prima necessità; la gente protesta pacificamente in un anno vi sono state più di tremila proteste. Tutte le manifestazioni si concludono con la repressione da parte del governo con morti ed arresti».

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Antonio Ledezma con la figlia Vanessa

Le parole di Marinellys e quelle di Vanessa coincidono nel sottolineare la morsa in cui è soffocata una nazione che è, potenzialmente, piena di risorse, ma a cui manca la possibilità di metterle in atto. Da una parte c’è il petrolio, un dono sciupato dai regimi, dall’altro l’indifferenza dei potenti di fronte al popolo che sta morendo di fame, calpestato fin nei più elementari diritti esistenziali. A tal proposito è bene ricordare che il Venezuela ha iniziato perfino a importare petrolio, secondo i dati riportati dal Sole24Ore, pur custodendo nelle viscere del suo territorio ben 298,3 miliardi di barili di greggio. Non solo: l’oro nero rappresenta il 96% delle esportazione totali del Paese. La politica degli ultimi diciassette anni è tra i fattori che hanno contribuito notevolmente al crollo del prezzo del petrolio; una vera calamità andata ad aggravare, come ha spiegato Marinellys Tremamunno, la già precaria situazione sociale ed economica. Un’instabilità che fa paura al mondo e agli stessi venezuelani, poco importa che siano rimasti nella loro patria o abbiano deciso di andare via. «Non torno in Venezuela da un anno. Ho paura della criminalità. Anche stando qui, ho parecchi timori perché la mia famiglia è rimasta nel Paese», confessa la giornalista italo-venezuelana. Nonostante questo, però, i figli del Venezuela credono ancora nella libertà e nella capacità tutta umana di veicolare nuove idee da cui rinascerà la speranza. Non si danno per vinti, credono nell’importanza del libero pensiero, anche quando contrasta con la percezione ufficiale, dettata dal potere e queso li rende ancor più determinati a migliorare il loro presente con totale abnegazione come afferma Vanessa Ledezma: «Fare opposizione politica in Venezuela significa amare il proprio Paese più della propria vita, in questo momento le forze armate sono autorizzate a sparare ad altezza d’uomo per reprimere le manifestazioni, chi scende in piazza sa che potrebbe non tornare a casa ma sa pure che è l’unico modo in cui si alimenta la speranza di un cambiamento, le persone che scendono in piazza non sono armate ma sono solo esasperate e insieme trovano la forza. I leader politici in questo momento storico hanno un ruolo importante e rischiano la propria vita, perché sono obiettivi prioritari infatti sono quasi tutti in carcere, ma non fanno mancare il loro sostegno al popolo per cui sono riferimento, sono fieri e coraggiosi,consapevoli del fatto che possono incarcerare i loro corpi ma non le loro idee». Frasi, queste, che rappresentano, al di là del caso concreto che stiamo affrontando, un grande insegnamento di vita: resistere, combattere con le armi dell’audacia, della conoscenza e del libero arbitrio. «E’ il motivo per cui abbiamo deciso di vivere in Italia, la possibilità di dissentire o di manifestare senza essere sparati dal governo che di questa modalità ne ha fatto una legge, è la possibilità di scrivere e di pubblicare, la possibilità di avere informazione da varie fonti, di esprimere le proprie opinioni senza il timore di essere arrestati, la forma più alta del vivere civile, sempre ovviamente che venga esercitata nel rispetto della libertà altrui. La libertà è la massima espressione della dignità di persona», sostiene Vanessa citando alcuni tra i diritti fondamentali di ogni individuo.

 

L’Italia e il Venezuela? Più vicine di quanto sembra. Tre milioni gli immigrati italiani presenti nel Paese. L’appello di Vanessa Ledezma

Il Venezuela è uno dei, purtroppo, tanti luoghi nel mondo in cui esprimere la propria individualità non è facile. «La nostra condizione è peggiore di quella russa. Non c’è una guerra dichiarata, ma una finta democrazia e questo è anche più terribile. Amnesty International ha redatto un rapporto preoccupante per la questione dei diritti umani in Venezuela», risponde la Tremamunno riguardo a un eventuale paragone tra il suo Paese e la Russia per quel che riguarda la questione dei diritti umani. I venezuelani rischiano di non farcela, di soccombere di fronte a problemi tanto gravi e inaspritisi negli anni. L’Italia, ricorda la Temamunno ha approvato, nel giugno del 2014, una Risoluzione che condanna la violenza in Venezuela, esorta al dialogo le forze politiche e sostiene le iniziative che abbiano come scopo il completo rispetto dei diritti umani. Venezuela-dittatura-economiaIniziativa importante, questa, ma non basta; si può e si deve fare di più rispondendo alla violenza con i principi della democrazia, secondo quanto auspica Marynellis Tremamunno: «Mi auguro che si arrivi a una soluzione democratica, senza golpe né scontri. Siamo in tanti a chiedere questo e anche che Maduro ammetta gli errori e rinunci al potere. Sarà molto difficile che ciò accada, ma noi speriamo in una soluzione costituzionale. Al punto in cui siamo oggi tutto può succedere, perfino una guerra civile. C’è bisogno di libere elezioni, di un governo di transizione e, magari, anche di una commissione internazionale che si rechi in Venezuela e osservi attentamente gli eventi e i diritti dei prigionieri politici. E’ una situazione grave, ma confido nella possibilità di un cambiamento dettato della democrazia». Servono iniziative ancora più decise, sempre più concrete per arginare il rischio del collasso politico, economico, sociale del Venezuela. Fondamentale è lo stato dei prigionieri politici e la loro liberazione. Per questo lottano i venezuelani. «Ho lanciato una petizione e lancio un appello per la liberazione non solo di mio padre ma di tutti i prigionieri politici in Venezuela attualmente sono più di 33 Sindaci insieme a deputati studenti e leader dell’opposizione che si trovano in carcere, chiedo che siano loro garantiti i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che si prenda posizione attuando misure in difesa dei diritti di libertà di pensiero, di espressione, di stampa e di comunicazione. Che gli organi di stampa nazionale e la televisione nazionale seguano le vicende che riguardano il Venezuela per mantenere alta l’attenzione mediatica, e che si intraprenda un dialogo tra governo e le varie rappresentanze politiche dell’opposizione al fine di garantire la stabilità e la pace dell’intero popolo Venezuelano», afferma Vanessa Ledezma.

 

Potete sostenere Vanessa Ledezma e informarvi su quanto sta accadendo in Venezuela attraverso Twitter e Facebook, ai seguenti indirizzi: Facebook page: www.facebook.com/freedomledezma

Twitter: @freedomledezma / @vaneleca

 

Bibliografia e Sitografia

Edgardo Ricciuti, “Il Petrolio di Chavez non ha futuro”, Limes, anno 2007 numero 6.

Il Sole24ore

 http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_17/showXhtml.Asp?idAtto=19830 

 

Francesca Rossi

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Autore dell'articolo: Francesca Rossi

Francesca Rossi
Francesca Rossi, romana, è specializzanda in "Lingue e Civiltà Orientali" a “La Sapienza", ha vissuto ad Alessandria d'Egitto per approfondire lo studio della lingua e la cultura araba. Gestisce tre siti: "La Mano di Fatima", "Divine Ribelli", "Angelica la Marchesa degli Angeli". Per la casa editrice “La Mela Avvelenata” ha scritto diversi racconti tra cui “La Spada di Allah” e partecipato a molte antologie come “50 Sfumature di Sci-Fi” con il racconto “La Preghiera della Sera”. E’ in pubblicazione il suo romanzo “Il Palazzo d’Inverno” e in fase di scrittura l’opera a tema islamico “Alamut”. Il sito: http://elioreds.wix.com/francescarossi Pagina Fb: https://www.facebook.com/FrancescaRossiAutrice

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