Ecco “Il mondo magico” di Raffaele Schettino, l’intervista

Esiste, per voi, Il mondo magico? È la domanda che sorge spontanea leggendo il titolo del film di Raffaele Schettino, appunto Il mondo magico, che richiama “Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo” dell’antropologo Ernesto de Martino. Quest’espressione subito evoca ricordi e suggestioni in ognuno di noi, oltre al desiderio di saperne di più. L’opera è stata presentata in anteprima nazionale, il 2 giugno, alla prima edizione del “Ferrara Film Festival”, dopo esser stata premiata col Platinum Remi Award alla 49a edizione del “WorldFest” di Houston. Ispirandosi liberamente a una storia vera, ci ritroviamo col nostro protagonista Gianni (lo stesso Schettino) a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta tra antichi rituali, canti popolari, passioni e maledizioni. È stato proprio quel mondo magico e quindi la magia del mondo contadino e il fatto di averlo voluto mettere sullo schermo a incuriosirci, decidendo di approfondire i vari aspetti con il regista – qui anche in veste di ideatore del soggetto, interprete, montatore e produttore con Groucho Cinema. A lui la parola.

Come mai ha deciso di debuttare nell’opera prima con un film abbastanza particolare?
Io l’ho vissuto semplicemente come una storia molto bella che desideravo raccontare.

Raffaele Schettino, come definirebbe Gianni, il protagonista de Il mondo magico?
Lui è, da anni, tutt’altro che un eroe, rimane anche un pochino lontano da certi rituali. Prende se stesso in mano grazie a Mariella (Mara Calcagni, l’altra attrice professionista, nda), ma a un tratto pagherà il prezzo sia delle maledizioni, se vogliamo vederla in modo sovrannaturale, sia delle disattenzioni verso di sé (ma ovviamente non vi riveliamo come, nda).

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Cosa l’aveva affascinata de Il mondo magico di Ernesto de Martino?
Sicuramente il fatto che la ritualità sia legata sia al mondo contadino, ma soprattutto alle relazioni umane e semplici che appartenevano alla società del tempo. Il fuoco del film lo si è voluto mettere proprio questo, tenendo sullo sfondo la ritualistica territoriale più strettamente connessa al mondo magico più propriamente detto, anche perché era stata già raccontata in diversi modi. Tra questi basta ricordare Luigi Di Gianni, un bravissimo regista che ne ha parlato sia in senso documentaristico che narrativo (il suo primo mediometraggio del 1958, “Magia Lucana”, vide proprio la supervisione di de Martino, nda).

La scelta di unire l’humus del mondo magico con l’ispirazione a una storia vera com’è venuta?
È arrivata per caso. Io, come regista e attore, sia in teatro che nel caso specifico nel meccanismo audio-visivo, lascio che le idee si depositino e prendano il loro tempo. Questa storia mi è arrivata all’orecchio in un contesto paesano, a Frigento (AV), e piano piano ha iniziato a macerare da qualche parte e poi si è manifestata nella propria operatività fornendosi di un filo rosso, riguardante il mondo magico, attraverso i canti della tradizione orale e le musiche del tempo. Questi elementi narravano quello che era un suggello non solo formale, ma un veicolo di cambiamento interiore sia individuale che sociale della popolazione.

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Andando al di là della teoria di de Martino e di ciò che ha voluto mettere lei in scena nel lungometraggio, cos’è per lei il mondo magico?
Su tutto la ritualistica delle relazioni umane che porta a una codificazione, com’è avvenuta negli anni, nelle varie società. Mi viene in mente il rituale della taranta. Esso nasce da una necessità degli appartenenti ad una società, nel caso curativo, di risolvere dei problemi di natura psichica. Nel caso delle feste apotropaiche o meno possiamo pensare a quelle della semina o del raccolto come la famosa festa di San Giovanni. Sono tutti momenti che scandiscono la vita di una società e sono connessi alla propria costituzione materiale, sintetizzabile anche con la parte spirituale. Sì perché la spiritualità del mondo magico parte sempre da discorsi concreti. Lo vediamo anche coi detti popolari che hanno sempre una sostanza tangibile. Sono gli uomini che si riuniscono e parlano tra loro, a livello sia di prima che di seconda intelligenza, e, in qualche modo, la somma degli individui in una società è inferiore rispetto alla sintesi degli stessi e il mondo magico è proprio quella sintesi che porta quel di più, quella magia. Diciamo che a volte è osservabile tramite l’intelligenza prima, altre soltanto intuibile perché trascende le capacità osservabili delle cose. Nei tempi antichi molte cose erano delegate alla natura.

C’è un riscontro attuale nell’era che definiamo 2.0 e in cui si potrebbe avere una reazione quasi di distacco e di non riconoscimento in quel mondo, tanto più se pensiamo ai giovani?
Credo che non ci sia un discorso di un mondo passato. Penso che l’essere umano, così com’è stato creato da qualcosa 3,8 miliardi di anni fa o forse ancor più viste le recenti scoperte, è fatto in un determinato modo. È quell’animale sociale di cui parlava la filosofia antica. Di conseguenza ci sono tante cose al di là delle mode e delle definizioni che vanno analizzate con obiettività. Il denominatore comune e imprescindibile è che siamo fatti di legami umani, anche invisibili, che ci definiscono e ci fanno andare avanti. Perciò, al di là della tecnologia, tanti aspetti e sensazioni rimangono per forza, ad esempio se entri in un asilo in cui non ci sono dei bambini, ma con l’aspetto di asilo ce ne si accorge. È qualcosa che tu non puoi toccare né vedere, in cui i sei sensi non arrivano a percepire concretamente, eppure sentiamo quel fluido invisibile.

Spesso c’è anche un pregiudizio verso la ritualità. Pensando appunto alle atmosfere evocate dal film e da ciò che lei racconta anche in quest’intervista, si è posto, tra gli obiettivi, di voler risvegliare determinate corde anche nei più giovani?
Il mio lungometraggio racconta una storia molto semplice, in cui è prevista anche una storia d’amore. Viene trattato il secondo dopoguerra, ci sono le istanze politiche e i primi licenziamenti dalla fabbrica e quindi la transizione dal mondo contadino all’industria. Tutto questo trasmette dei valori universali pure a un giovane. Se dovessimo cambiare i costumi e lo stesso contesto storico, si riconoscerebbero comunque dei punti di sviluppo molto umani. Io quando racconto qualcosa lascio che sia la storia a camminare, come un cavallo cieco e mi piace lasciare sempre il dubbio nello spettatore per cui mi auguro ci sia questo tipo di riscontro anche con Il mondo magico. In fondo la ritualità altro non è che avere fiducia che la propria appartenenza alla natura circostante è la condizione sufficiente perché valga la pena di andare avanti e, direi più, è anzi la condizione dominante. Si parla tanto dei social network e di quanto possano essere stati deleteri tanto più verso i giovani, ma io sono un po’ in dissenso su questo perché tutte le cose che aprono ad uno scambio e che rispondono alla nostra natura di animale sociale sono importanti in quanto tali. È chiaro poi che chiunque può farne un uso esagerato o, all’opposto, ignorare il social, però ritengo che per la generazione 2.0, abituata ad avere delle relazioni su facebook, ciò non sia preclusivo, esclusivo o sostitutivo rispetto al sociale. Nel film una relazione umana viene manifestata tramite le lettere e si sarebbe potuto fare anche tramite facebook. Troppo spesso ci si concentra sulla forma e si perde d’occhio la sostanza. Secondo me, probabilmente, le relazioni umane sono in decadenza per una necessità del sistema di organizzazione materiale, è forse il potere capitalistico che ha bisogno di dividerci il più possibile e facebook può essere uno strumento nel momento in cui viene usato all’interno di questa logica. Non è il social che allontana l’uomo dall’uomo, c’è qualcosa di più profondo per cui ciò avviene. Penso, inoltre, che i ragazzi abbiano gli occhi molto semplici, riescono a guardare e a prendere. Spero che il mondo magico abbia lasciato qualche traccia nella loro iride e in qualcosa che è poi collegato direttamente al cuore.

Raffaele Schettino
Raffaele Schettino

Incuriosisce molto questo discorso, come se ci fosse qualcosa sotto traccia presente in ognuno di noi, pronta per essere risvegliata, anche come cultura, per esempio tramite un film come il suo…
(resta un attimo in più in ascolto e in silenzio, nda) So che non è una cosa nuova da dire, lo hanno affermato tanti scrittori, anche… Ho sempre pensato che l’opera d’arte, anzi ancor meglio preferisco definirla di artigianato, nel momento in cui viene terminata, appartiene al pubblico, a chi lo fruisce ed è esso stesso che possiede le chiavi per liberarla. Io ho scoperto degli aspetti di lavori realizzati da me anche grazie al confronto con il fruitore finale. Nelle intenzioni, avendo investito tre anni della mia vita per realizzare Il mondo magico, senz’altro c’è questo fine di colpire l’iride inteso come punto di accesso verso il cuore. Sono sempre stato convinto che qualsiasi manifestazione spettacolare così come un’opera letteraria esprima i propri effetti nel momento in cui finisce ed è qui che si torna a un discorso centrale che il mondo magico cerca di demolire: siamo molto concentrati sul risultato. La società ci porta a focalizzarci su questo e a dimenticarci del processo che è, invece, la cosa più importante. Nella società di prima, com’era anche solo fino a cinque anni fa, tutto ciò era molto più chiaro e ciò era dovuto anche a una questione pratica. Il fatto stesso di pestare la terra e lavorarla ti metteva in tautologico legame con la natura e cioè con ciò che sei, parte della natura stessa. I frutti vengono staccati o cadono dalla pianta, fondamentale è la crescita per arrivare a quel frutto. Nel mio film vedi la vita delle persone che va avanti senza che i personaggi si concentrino su un futuro che non esiste o su un passato architettonico o sentimentale che ugualmente non c’è, ma si catalizzano sul presente. Ecco, mi auguro che questo tipo di chiave, legata al processo, sia rimasta anche nell’iride delle persone che hanno assistito al film, ma soprattutto che non inizi e finisca durante il film, ma che cominci post visione. In fondo è anche la differenza del cinema rispetto al teatro visto che un film puoi rivederlo, lo spettacolo dal vivo è replicabile, certo, ma non sarà mai uguale.

L’aver scelto, quindi, specifiche location e degli attori non professionisti è in linea con l’idea di verità di fondo che ha spiegato?
Ho avuto e ho la fortuna di collaborare con i maestri del teatro come Jean-Paul Denizon (collaboratore storico di Peter Brook), Eugenio Barba, Dario Fo, Franca Rame e ciò comporta che dall’attore ho delle pretese, diciamo così, “grosse”. Con un attore non professionista o anche professionista ma non formato come voglio io, avrei bisogno di una quantità di tempo per lavorare, in modo laboratoriale, principalmente per togliere i vizi. Non sopporto i cliché né sullo schermo né sul palco. Per Il mondo magico non potevo permettermi questo lusso (inteso soprattutto come prendersi del tempo per far ciò, nda) che avviene, magari, durante le prove di teatro e poi dipende anche dalla disponibilità delle persone perché significa rinunciare ai propri bagagli tecnici acquisiti in anni. In più, anche quando c’è la volontà e la predisposizione di farlo, è molto difficile metterlo in atto. Ho preferito lavorare non con attori non professionisti, ma con persone reali cercando di valorizzare quella che viene chiamata “spontaneità”. A dir il vero niente è spontaneo nel momento in cui sei in una situazione di rappresentazione organizzata su un palcoscenico o davanti alla macchina da presa, mettici anche che hai un testo. Ciò che, però, senz’altro si può realizzare è raccontare l’organicità del racconto, letta appunto dal pubblico come spontanea. Dalle persone reali riesci ad ottenere quell’organicità appoggiandoti moltissimo a loro, oltre al fatto che non hanno vizi.

sul set de Il mondo magico

Per quanto riguarda i luoghi, cosa l’ha guidata?
Ci tenevo che ci fossero le location reali in cui la storia è ambientata. Un forte apporto ci è stato dato dai musei, sono stati necessari pochissimi interventi scenografici e abbiamo potuto usufruire della consulenza storica dei musei. Anche i costumi sono originari del tempo. Gli interni dal vero sono stati girati all’Ecomuseo di Isola Dovarese (CR), alla Falegnameria (Piadena – CR), al Museo “Beniamino Tartaglia” (Aquilonia – AV), al Museo delle Antichità (Bonito – AV), all’Ass. Cult. “Bonacquisto Insieme” (Arrone – TR) che era un tempo un’osteria, alle grotte di Valenzio e de Lo priore (Calitri – AV) e alla Falegnameria du Peppino (Calitri – AV). Abbiamo voluto raccontare i luoghi proprio secondo la loro natura, riportando quindi nei musei la vita, mentre per quanto riguarda l’osteria di Bonacquisto significava narrare la location la cui energia era già interna alle mura stesse del posto. Non va dimenticato, poi, che tutto il patrimonio esterno dell’Irpinia è fenomenale ed io stesso lo conoscevo poco pur essendo la mia terra. Sono nato e cresciuto a Roma, ma i miei genitori e avi sono irpini. Il film è stato girato nella Valle dell’Oglio-Po, in Irpinia tra Aquilonia, Calitri, Cairano, Monteverde, Frigento, Bonito e Paternopoli e in Valnerina.

Per i nostri lettori, qual è il prossimo appuntamento con Il mondo magico?
Il 6 agosto all’Isola del Cinema a Roma ci sarà una serata dedicata a Scola e ai registi irpini. Sarà proiettato il trailer de Il mondo magico e si parlerà del film. Siamo anche in trattativa per l’uscita in sala e a breve ci saranno news a riguardo.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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