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Il figlio di Saul: trailer del film e recensione

Il figlio di Saul, recensione del film, trailer e trama – Dopo esser stato premiato con il Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes e con il Golden Globe come Miglior Film Straniero, “Il figlio di Saul” di László Nemes è in corsa anche per gli Oscar. Tutti i premi ricevuti (ad oggi diciassette) hanno innegabilmente creato una certa attesa, ma possiamo dire post visione che le aspettative non sono state assolutamente deluse. È vero che quando ci si approccia alla visione di un film legato all’Olocausto, in teoria si dovrebbe avere già una specifica predisposizione, ma non possiamo nascondervi che vi accompagnerà per tutta la durata una sensazione di angoscia, come se aveste un peso sul cuore. La soluzione di messa in quadro (un forte contributo è dato pure dalla fotografia di Mátyás Erdély) mixata con la penetrante interpretazione del protagonista, Géza Röhrig, vi farà entrare quasi in apnea e solo alla fine dei 107′ vi sembrerà di tirar il fiato, ma qualcosa di forte e intenso rimarrà all’uscita da quella sala buia. Girato volutamente in 35mm e optando per il 4:3, “Il figlio di Saul” ci presenta subito Saul Ausländer (Röhrig) il nostro caronte nel campo di sterminio di Auschwitz. Si tratta di un ebreo ungherese, membro di un sonderkommando. L’obiettivo della macchina da presa sta su di lui, ora lo segue alle spalle, ora insiste sul suo primo piano così parlante, ci mostra ciò che lui vede e anche in questo il formato scelto si rivela fondamentale. «Non si tratta però di una soggettiva pura poiché sullo schermo noi vediamo Saul come personaggio […] Il film resta tuttavia sempre legato al suo punto di vista e alla sua linea di azione», specifica il regista. Il piano sequenza iniziale fa entrare in medias res nei lager, in quei compiti a cui deve assolvere. Sono arrivati nuovi deportati e l’iter deve avere inizio. Nei cartelli d’esordio i sonderkommandos vengono definiti come «i portatori di segreti», sono i corvi dei crematori, c’è qualcosa che disturba di questa figura perché sono persone costrette dalle circostanze a disumanizzarsi ulteriormente diventando, a loro modo, delle doppie vittime. Nel corto di Nicola Ragone, “SK – Sonderkommando”, presentato in anteprima al Bif&st 2015 e premiato anche col Nastro d’Argento per il Migliore Cortometraggio, si vedeva come uno dei protagonisti, Leone (Marcello Prayer), veniva scelto per questo ruolo. I kapò e le SS raggruppavano uomini per queste squadre speciali (appunto sonder), adibite a fare le loro veci, quelle dei carnefici. Pur sapendo qual era la sorte che spettava ai prigionieri non potevano comportarsi diversamente se non invitarli a spogliarsi per entrare alle docce, destinati a non uscirne più se non in un modo.

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Ne “Il figlio di Saul” si percepisce sulla propria pelle quell’abbrutimento, l’automatismo con cui si ritrovavano a compiere azioni come lo spostamento dei cadaveri, pulire il sangue, accatastare documenti e ricavare oggetti preziosi da quelle giacche appese (solo per elencarvene qualcuna). Veniamo assaliti inevitabilmente da brividi lungo la schiena quando fuori campo si sentono le urla dei prigionieri, il loro battere i pugni contro la porta per tentativi di fuga impossibili e i sonderkommandos non possono far nulla se non le azioni ordinategli. Nemes mette a fuoco il nostro uomo in ciò che compie, ma sfoca spesso ciò che è in secondo piano e/o lo accerchia, compresi gli altri umani, quasi a voler guidare la nostra attenzione sul suo campo visivo e, parallelamente, a sottolineare come quei corpi venissero trattati come se non fossero più uomini… Qualcosa cambia nel quotidiano di Saul Ausländer nel momento in cui ascolta, nella “massa” esanime post docce, un respiro di un ragazzo. Vede tutta l’atroce scena e ciò che subisce, non parla, qualcosa però è scattata di fronte a un essere umano sopravvissuto al gas, ancor più perché è un ragazzino. Per lui è suo figlio. Da questo momento lo sviluppo narrativo inizia a ruotare intorno alla sua ossessione di dare degna sepoltura a quel corpo e parliamo di ossessione perché Saul è disposto a rischiare la propria vita (e non solo) pur di trovare un rabbino che reciti il Kaddish. «Hai tradito i vivi per un morto», gli dice a un tratto un compagno del gruppo, tra l’altro intento ad organizzare una rivolta armata. La sceneggiatura è curata a partire dai nomi e quando sentiamo Saul non possiamo non pensare al personaggio biblico – il primo re del Regno di Israele – e unito ad Ausländer (vuol dire straniero in tedesco) crea un certo effetto.

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A tratti, va detto, il formalismo e la qualità tecnica prendono il sopravvento sullo sviluppo drammaturgico talvolta monocorde proprio perché incentrato su quella spasmodica ricerca, ma possiamo concederglielo visto il modo in cui Nemes è riuscito a tematizzare l’irrazionale tanto più se teniamo conto che si tratta del suo debutto dietro la macchina da presa. “Il figlio di Saul” ha vari piani di lettura, non solo per l’impatto emotivo che ognuno di noi può avere, ma anche per la dimensione simbolica/sacrificale a cui assurge, senza contare ciò che ci suggerisce il finale. Un plauso va fatto alla casa di distribuzione Teodora Film che continua a prendersi delle responsabilità e a rischiare, dando vita a un listino coerente e coraggioso. Ed entriamo nel cuore della trama: siamo nell’ottobre del 1944, Saul Ausländer è un Sonderkommando ad Auschwitz. Lavorando nei forni crematori, un giorno viene scosso dal corpo di un ragazzino in cui riconosce suo figlio. Da qui inizia il suo viaggio e la lotta per salvarne le spoglie e dargli degna sepoltura grazie a un rabbino. Di seguito il trailer.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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