I giocatori di Pau Mirò secondo Enrico Ianniello

La recensione dello spettacolo I giocatori di Pau Mirò, diretto e tradotto da Enrico Ianniello. Visto il 16 gennaio 2015 al Teatro Franco Parenti di Milano, dove sarà in scena fino al 25 gennaio 2015.

JUCATURE Ci vuole intuizione e lungimiranza anche nel saper scegliere i testi teatrali, tanto più quando si tratta di drammaturgia contemporanea. Potrebbe apparire scontato, ma non è così! Enrico Ianniello ha dimostrato di averne decidendo di portare in Italia i testi dell’attore e drammaturgo catalano Pau Mirò, traducendoli in napoletano ed è qui la chiave di (s)volta che rende ancora più merito al copione originario. È lo stesso Mirò a dichiararlo in occasione della premiazione de I giocatori (t.o. “Els jugadors”) al Premio Ubu 2013 come Miglior testo straniero: «è un paradosso, ma la traduzione mi permette di comprendere meglio il mio testo perché l’intelligenza della scrittura è superiore all’intelligenza dello scrittore».

L’artista casertano conosce bene le potenzialità della lingua partenopea e la tradizione teatrale ad essa legata (su tutti Eduardo, che ha portato in scena con Toni Servillo), fanno parte del suo bagaglio conscio e inconscio tanto che tutto emerge con una naturalezza e una padronanza disarmanti. Un sentire che cerca di portare coerentemente in teatro, ma anche in tv dove interpreta il commissario Vincenzo Nappi in “Un passo dal cielo” con l’intento di non restituire l’immagine stereotipata del napoletano. Ecco: questa coscienza è rintracciabile in ogni membro del cast, che la manifesta facendola emergere attraverso le proprie peculiarità, ma forte di un testo che vive di uno sguardo europeo. I giocatori è una pièce in cui si gioca una partita a quattro con la vita, con quel senso di limite che si mischia alla sensazione di fallimento, insito in ognuno di noi e che Beckett aveva ben esemplificato in “Finale di partita”. Qui Miró e Ianniello ci pongono di fronte a quattro uomini senza nome: il becchino (Ianniello), il barbiere (Luciano Saltarelli), il professore (Renato Carpentieri) e l’attore (Tony Laudadio), i quali, anche tra di loro, si chiamano attraverso il lavoro che, però, hanno perso. Siamo in una città non dichiarata, per quanto le suggestioni ci rimandino a Napoli. Si riuniscono nel vecchio appartamento del professore, che diventa la loro àncora di salvezza, un rifugio da quel mondo in cui non riescono a trovare più una collocazione sociale e umana.

JUCATURECon il sorriso scaturito anche da battute di spirito scoppiettanti, oltre che da situazioni, assistiamo a una commedia umana di «disgraziati» (così li autodefinisce il becchino), impegnati nel cercare di stare a galla. Ne I giocatori si gioca con le parole, coi doppi sensi sottolineati spesso anche da una mimica che non scade mai in un gigioneggiare.

Ianniello e Laudadio li avevamo visti di recente al Parenti in “Un anno dopo” scritto e diretto dallo stesso Laudadio, in queste nuove vesti mettono in campo altre corde e con gli altri due componenti ci trasmettono la voglia di aggrapparsi alla vita dei loro personaggi nonostante tutto e tutti. L’attore si presenta come un uomo con lo sguardo perso nel vuoto mentre l’altro gli parla, è ossessionato dal rincorrere l’adrenalina; il becchino è geloso di coloro che si stendono al suo posto accanto alla prostituta dell’est che lo fa stare bene e fa sempre i conti con la morte. Il barbiere – maniaco dell’igiene – è impeccabile nel suo modo di presentarsi e il professore, invece, non è stato ineccepibile nella sua condotta. Altro non vi vogliamo svelare, ma non tutti i caratteri sono così lineari come appaiono. In questo testo le frecciate, sappiatelo, non sono risparmiate: «Il mondo universitario è una fogna» o ancora «non sopporto l’ipocrisia del mondo del teatro» – qui certo decontestualizzare, ma vi consigliamo di ascoltarle su quel palco, dove con la cifra della commedia la sferzata arriva ancora di più.

Al di là della giusta composizione del cast, post-visione si rivelano ottime le scelte di Ianniello di rendere il becchino balbuziente (rispetto all’originale) e di aver scelto un uomo di età matura per interpretare un professore che fa ancora i conti con il fantasma del padre. L’artista casertano dirige i suoi compagni di scena assolvendo all’idea insita nel termine “play”: sono jucatúre sul palco e, forse, noi spettatori dovremmo un po’ ricordarci quel sapore del rischio, del puntare sul rouge o sul noir (e, assolutamente, non nel senso di gioco d’azzardo!) nella nostra quotidianità.

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Maria Lucia Tangorra

 

 

Milano, Teatro Franco Parenti

I giocatori (Els jugadors) di Pau Mirò – dal 16 al 25 gennaio 2015

traduzione e regia Enrico Ianniello, con Renato Carpentieri, Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Luciano Saltarelli

Collaborazione artistica Simone Petrella, costumi Francesca Apostolico, direzione tecnica Lello Becchimanzi, produzione Teatri Uniti in collaborazione con OTC e Institut Ramon Llull.

 

Si ringrazia l’ufficio stampa del Teatro Franco Parenti, nella persona di Francesco Malcangio

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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