Good People, la recensione dello spettacolo teatrale

La recensione dello spettacolo “Good People” di David Lindsay-Abaire. Regia di Roberto Andò. La pièce è stata in scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 10 febbraio 2015 e tornerà in tournée dalla primavera del 2016.

©Antonio Parriello
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La lingua americana, si sa, non è affatto semplice, uno dei suoi punti di forza è proprio lo slang tanto più se l’ambientazione lo richiede ed è così che il lavoro diventa ancora più certosino per chi deve adattarla in italiano. Con Good People Roberto Andò e Marco Perisse (testo pubblicato da Bompiani nel 2014) sono riusciti a restituire la verità della gente di un sobborgo di Boston, all’ulteriore trasformazione dei personaggi in persone reali ci ha pensato l’assortito cast di qualità, su cui spicca Michela Cescon. Il testo di David Lindsay-Abaire – Premio Pulitzer nel 2007 per “Rabbit Hole” – potrebbe apparire come settoriale, un affresco di una realtà lontana da noi, ma non è assolutamente così perché per quanto i nomi di persone e luoghi siano quelli originari, in quelle anime ci si può specchiare e guardare a fondo anche il nostro mondo. Il sipario si apre su Margaret (M. Cescon) che gira intorno con le parole, rivangando ricordi legati alla madre del suo diretto responsabile di lavoro, Stevie (Nicola Nocella), nella speranza che non si avveri il suo presentimento: perdere il posto. Ma questo desiderio non è possibile, i suoi ritardi per accudire la figlia affetta da handicap psichici e mentali non sono perdonabili nella catena di montaggio e nella logica dell’efficienza, anche in un “dollar store”.

©Antonio Parriello
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Tutto ciò non basta, come in una catena di Sant’Antonio, anche qualcos’altro diventa a rischio perché la legge della sopravvivenza potrebbe prendere il sopravvento ed è proprio quest’ultima, mista a un senso di disperazione, a far fare a Margie qualcosa che probabilmente non avrebbe mai pensato di suo né tanto più lo avrebbe messo in atto. Good People, a un tratto, ci mette di fronte due facce della stessa medaglia, in particolare, attraverso Margie e Mike (Luca Lazzareschi), il suo giovane amore, il quale proviene dalla sua stessa zolla di terra, ma poi ha spiccato il volo ed è diventato l’uomo “appuntato con gli spilli”, costruendo una carriera, una casa e un nucleo famigliare ben lontani da quelli a cui poteva essere destinato. Delle interazioni tra i due preferiamo che siate voi a scoprirle e gustarvele con battute a tono per un passato che si scontra col presente, soprattutto nel secondo atto in cui il ritmo si fa più serrato, le battute al vetriolo scoperchiano sentimenti, paure e non detti. Qui non si tratta semplicemente del sogno americano infranto, ma del sentimento universale e profondamente umano di rivalsa rispetto a una situazione e a un luogo dove non si è scelto di nascere.

©Antonio Parriello
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Il punto è che talvolta non si può neanche scegliere di cambiare posto e condizione in cui vivere, forse si può solo galleggiare? Non è l’unico interrogativo che questo testo rilancia, attorno a Margie ruotano donne e uomini, con tante sfaccettature e continuamente lo spettatore si chiede: “who is the good people?” La regia di Andò, di taglio molto cinematografico anche nei cambi di scena, sottolinea la dimensione spaziale rilanciandoci l’idea di quanto ci possa essere dietro un luogo, una casa, un quartiere. Ma può bastare allontanarsi dal posto in cui sei nato e cresciuto per cancellare un passato e alcune idee? Quello che colpisce è che, tanto più in Margie, non c’è retorica, l’intensa interpretazione della Cescon assume, a tratti, qualche movenza virile (oltre ad avere abiti da operaia e un taglio di capelli maschile), quasi a voler trasmettere una forza che umanamente può venir meno, provata dalle avversità della vita, eppure nel suo profondo non vuole ricevere pietismo e riesce a conservare un pizzico di fiducia. Lei è «passivamente aggressiva».

Maria Lucia Tangorra

 

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Milano, Teatro Franco Parenti

GOOD PEOPLE di David Lindsay-Abaire

Regia di Roberto Andò, con Michela Cescon, Luca Lazzareschi, Loredana Solfizi, Roberta Sferzi, Nicola Nocella, Esther Elisha

Scene e luci di Gianni Carluccio, costumi di Ursula Patzak e musiche a cura di Carlo Boccadoro

Produzione Michela Cescon – Zachar Produzioni srl – Teatro Stabile di Catania – Napoli Teatro Festival

Si ringrazia l’ufficio stampa del Teatro Franco Parenti, nella persona di Francesco Malcangio

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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