Giorgio Albertazzi: «Il palco? Una matassa di tensioni elettriche»

Giorgio Albertazzi non ha certo bisogno di presentazioni. Un titano del teatro italiano, inarrestabile nella sua attività che continua anche in estate, con numerose tappe in tante province italiane. In questo momento sta portando in scena soprattutto “Il mercante di Venezia” di Shakespeare, ma non solo. Ci ha concesso questa intervista a pochi giorni dalla sua tappa nell’Anfiteatro Festival di Albano Laziale e dal suo compleanno trasmettendoci, anche al telefono, quella carica vitale e quell’entusiasmo che lo contraddistinguono quale un vero gigante della scena teatrale.

Maestro, partiamo dall’attualità. Lei è in scena in questi giorni d’estate col Mercante di Venezia, ormai da tempo. Nella stagione prossima tornerà al Teatro Ghione di Roma con Re Lear. Le chiedo: perché le opere di Shakespeare sono così attuali e riscuotono tanto successo ancora oggi?

(Ride, ndr) Non è che sia attuale… c’è un bellissimo saggio di Jan Kott che si intitola “Shakespeare, nostro contemporaneo”. Il vero, grande teatro classico è sempre contemporaneo, sennò non sarebbe classico. E’ difficile rispondere in modo coerente a questa domanda… bisognerebbe davvero scrivere un saggio. A parte il fatto che la contemporaneità è importante ma non è indispensabile eh! L’arte non deve essere né antica né contemporanea, né vecchia né giovane. L’arte è un’entità a sé, vivente, che produce vita! Una macchina creativa. L’arte del teatro non ha tempo, è fuori dal tempo e nello stesso istante scandisce il tempo. Shakespeare è nato alla fine del 1500 e non si sa come conosca tutte queste cose dell’Italia non essendoci mai stato, tanto da aver dato adito al pensiero che le opere siano state scritte da un altro, un certo Giovanni Florio, siciliano… ma a noi che importa? Le opere sono quelle, stanno lì, poi che le abbia scritte lui o un altro è relativo.

In particolare, il personaggio che Lei interpreta… chi è oggi Shylock?

Mah, Shylock sarebbe quel che era ieri. Un ebreo, ma attenzione, non un ebreo qualunque, ma un ebreo veneziano, ci tengo molto a sottolineare questo. Un veneziano ricco, che presta denaro a interesse. Esattamente quello che fanno le banche. E’ significativo come Shakespeare abbia titolato la pièce col ruolo di Antonio (il mercante, ndr) e non con quello di Shylock. Lui è un ebreo veneziano che ce l’ha con Antonio il quale presta denaro a interesse zero rovinando il mercato. Io non credo che Shakespeare fosse antiebraico. Allora Venezia era il più importante porto del Mediterraneo, quindi una città multirazziale. Certo, una certa carica di odio razziale c’è, ma questa proviene piuttosto da Antonio, che lo svillaneggia davanti a tutti. Ma il vero dramma di Shylock è la figlia Jessica, la quale ha un forte spirito antipaterno. Ecco, nelle opere shakespeariane c’è sempre la lotta padri contro figli, fratelli contro fratelli.

Cambiamo argomento. Posso chiederLe come mai ha un rapporto così particolare con il Teatro Ghione di Roma, dove non manca mai in ogni stagione?

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Perché il produttore che mi produce in questo periodo gestisce il Ghione. Un teatro in cui vado molto volentieri. Ora, prossimamente, avrò a che fare con il Teatro di Roma e quindi sarò prima all’Argentina; mi piace il Ghione, un teatro molto inglese come stile, molto carino.

A proposito di teatri, Lei è senz’altro al corrente delle gravi difficoltà che stanno vivendo molti teatri italiani. Qui a Roma abbiamo l’estate calda del Teatro Eliseo e del Teatro dell’Opera, tanto per citarne due. Difficoltà che quindi riguardano sia i privati, sia gli Stabili. Che idea si è fatto di questa situazione? E come se ne esce?

Allora, diciamo subito che il teatro è spesso amministrato male da mascalzoni, da ladri, che in genere approfittano dei teatri per farsi un loro orticello privato con cui guadagnano. Poi, da noi, è invalso l’uso e il costume che chi fa male viene riconfermato, chi fa bene viene cancellato! Conosco direttori di teatri, senza fare nomi, semmai i nomi li farò in un’occasione più clamorosa, i quali lasciano buchi di 7/8 milioni di euro e vengono promossi alla guida di altri teatri dove può star sicuro che creeranno le stesse voragini! Se si è onesti, si viene cancellati! Questa è la ragione per cui l’Italia è all’ultimo posto in Europa! La burocrazia vincerà, non credo che nemmeno Renzi possa farcela, e i teatri sono lo specchio della situazione generale, molto semplice. Bisogna rifare tutto, il teatro va detassato, bisogna defiscalizzare! A noi ci date, per favore, tutto l’incasso e la tassazione teatrale che c’è e che è intorno al 42 per cento, lo Stato la ridistribuisce via via. Così almeno si capisce che fa pubblico e chi no, tanto per dirne una, perché tutti dicono che il teatro è pieno ma non hanno un euro. Poi è chiaro che se mettono i biglietti “a mezza lira” qualcuno ci va, ma è un altro discorso. Guardi, sono disgustato! E non voglio insistere perché sennò divento violento! Che è poi nel mio carattere di fiorentino.

Passiamo al Suo rapporto con il pubblico. Ho l’impressione che, dopo le polemiche del passato (più volte chiariti in decine di interviste) per i suoi trascorsi di appartenenza politica, oggi Lei sia molto amato da un pubblico eterogeneo, di tutte le età. Secondo lei perché?

Anche io me lo domando, ma è meraviglioso! Meraviglioso, anche perché l’età del mio pubblico è scesa, semmai. Sono tanti i trentenni e i quarantenni! E’ un pubblico straordinario, spesso mi capita di non poter finire uno spettacolo se non faccio un fuori programma. Gli incassi sono enormi, sul serio, bisognerebbe guardare i borderò per capire, non è una storiella. In questo momento, con gli incassi me la batto con i concerti rock! (ride, ndr). E’ veramente una cosa straordinaria, la gioia della mia vita! L’ultimo periodo della mia vita artistica viene corredato, accompagnato da quello che più che consenso è un grande affetto. Ma un affetto intelligente, c’è un modo di capirsi, come se volessero rendere qualcosa che hanno ricevuto! Certamente io ho dato, ma divertendomi pazzamente!

Nella Sua compagnia, soprattutto in questo momento con “Il Mercante di Venezia”, si alternano diversi giovani attori. Come è il suo rapporto con loro e cosa consiglia per emergere in questa difficile professione?

Io, in genere, non prendo mai per i capelli i giovani, come facevano i capocomici. Ci sono dei giovani che ne hanno bisogno, ogni tanto. Qui ho Stefania (Masala, ndr) che fa il ruolo di Porzia, Cristina (Chinaglia, ndr) che interpreta un ruolo inventato, Job, nel mio riadattamento (il mercante è tradotto e riscritto da me), un personaggio straordinario che riscuote grande consenso nel pubblico, e altri molto bravi. Questa è una generazione interessante, che vuole sapere, vuole conoscere. Forse poco disposta al sacrificio della partecipazione culturale. Vogliono fare presto e in fretta. Certi successi televisivi ingannano, sono illusori. Il teatro, in questo senso, è il mare. Tutto il resto sono fiumi, laghetti, molto belli e interessanti… ma il mare, per dirla alla francese, la mer, ha assonanza con la madre, la mère. La madre è il teatro! Va amato, ma nemmeno tanto spassionatamente, quanto piuttosto combattuto. E’ gioco, gioco, gioco, leggerezza! E bellezza.

Giorgio-Albertazzi

Questa Sua dichiarazione mi offre la possibilità di porLe un argomento che avevo in mente da molto. Nelle “Lezioni americane” di Calvino che Lei ha portato in scena nella passata stagione, nel finale afferma che abbiamo portato nel nuovo millennio troppa pesantezza e che solo la leggerezza della poesia può salvarci dallo “spiaggiamento”…

Sì, sì! Pensi che Calvino citava queste cose circa quindici anni prima dell’avvento del nuovo millennio. Lui diceva che nel nuovo millennio non avremmo trovato altro se non ciò che saremmo stati capaci di portarci. Ora noi sappiamo come è andata la storia. Tanta pesantezza. Si comincia con le Torri gemelle fino alla rivolta del pianeta, da tutte le parti. Come i cetacei che si arenano perché perdono l’orientamento, così siamo noi. Dobbiamo ritrovare l’orientamento e non lo faremo certo con la violenza, con le guerre, ma sono d’accordo con Calvino. La leggerezza, intesa non come levità senza peso. La leggerezza di Calvino non è la piuma ma il volo di un uccello.

Ma Lei è sempre riuscito a dare spazio a questa leggerezza nel corso della Sua vita?

Ci sono riuscito quasi sempre, quando non ci sono riuscito mi sono sentito parte di un malessere. Attenzione, leggiamo bene Shakespeare, voglio tornarci sopra. Nelle sue opere, tutto è permeato di leggerezza, anche di senso della bellezza sicuramente. Siamo noi che alla fine dell’ottocento abbiamo letto Shakespeare a tinte fosche, ma non è così. Desdemona, prima di morire, canta una canzone bellissima, la canzone del sicomoro, tenera, romantica, che dà un carattere quasi floreale alla sua morte, lieve, quasi gioioso.

Nella Sua lunga carriera ha interpretato e interpreta ancora testi che sono grandi classici, ma anche cose più vicine ai nostri tempi, come appunto Italo Calvino. Ma gli autori italiani, la provoco, scrivono cose nuove o hanno paura di proporle ad Albertazzi?

No, scrivere, scrivono tanto. Si scrive tanto in Italia. Una volta feci una ricerca da cui risultava che ogni anno si scrivevano circa cinquanta nuove commedie. Hanno anche il coraggio di propormele, certamente. Quando c’è stato qualcosa di buono l’ho fatta. Brancati, per esempio, Brusati, ho fatto diverse cose… i Coccodrilli di Guido Rocca… ho messo in scena Luzi, il poeta, ne ho fatte di cose nuove nella vita. Certo, poi sono attratto da cose in cui posso mettere le mani. Vorrei tanto andare in televisione con la Bibbia!

Questa è una novità che ci sta dicendo! Glielo auguriamo!

Assolutamente sì! Grazie.

Mi consenta ora, come ultima domanda, una battuta. In una recente intervista, Lei ha detto di essere d’accordo col suo amico filosofo, Sgalambro, il quale dice: “si ringiovanisce sempre e poi si invecchia di colpo”. In vista del suo compleanno, il 20 agosto, e alla luce della sua attività frenetica, le chiedo: Maestro Albertazzi, ma lei cosa vuole fare da grande?

E` una bella domanda questa! Finché non cado su me stesso, finché questa energia mi consente di inseguire mia nonna che morì a 101 anni e la mia bisnonna che se ne andò a 106, finché ce la faccio continuo a stare in scena! La scena è giovinezza, la giovinezza non ha età. Certamente il palcoscenico è qualcosa di miracoloso! E’ taumaturgico, qualcosa di straordinario! Non tanto il palco, quanto tutta la situazione che c’è intorno al teatro, che è un mistero. E` una matassa di tensioni elettriche, magnetiche, che si esprimono attraverso una sorta di gioiosità, di ilarità… non dico carnevalesca, ma insomma, dionisiaca!

  • Si ringrazia l’ufficio stampa nella persona di Maria Letizia Maffei

 

 

 

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Autore dell'articolo: Paolo Leone

Paolo Leone
Nato a Roma. Ama il teatro, di qualsiasi genere. Free lance, segue le stagioni teatrali romane da anni, scrivendo recensioni e realizzando interviste ai protagonisti. Attento ai giovani talenti. Ha organizzato presentazioni di libri in librerie a Roma e provincia ed è stato relatore al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2013.

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