Galatea Ranzi è Fedra a Teatro, l’intervista

Galatea Ranzi, apprezzatissima attrice a tutto tondo, tra teatro, cinema (“La Grande Bellezza”) e fiction televisive, sarà in scena il 22 luglio con “Fedra – diritto all’amore” nella splendida cornice del parco archeologico di Malborghetto (Roma). Lo spettacolo, che fa parte della rassegna Teatri di Pietra Lazio 2015 (sedicesima edizione), offre una moderna rilettura del mito di Fedra “la luminosa”, con un’opera nata due anni fa dalla penna di Eva Cantarella. I teatri nei siti archeologici, l’amore per i classici greci, la rivisitazione di una donna moderna e “scandalosa” come Fedra (innamorata del figliastro Ippolito), il teatro come educatore dell’anima, l’eredità di Luca Ronconi. Galatea si è concessa molto gentilmente a Cultura&Culture. Ecco la nostra intervista.

Signora Ranzi, Lei spesso lavora in teatri meravigliosi, come il Teatro Antico di Siracusa e  in altri luoghi molto suggestivi come appunto quelli della rassegna Teatri di Pietra Lazio, dove debutterà il 22 luglio con Fedra – diritto all’amore nel bellissimo parco archeologico di Malborghetto. Quanto certi posti valorizzano le rappresentazioni dei grandi classici?

Allora, io sono estremamente favorevole ad utilizzare questi luoghi meravigliosi, che abbiamo in abbondanza in Italia. Naturalmente, utilizzarli significa anche renderli visibili al pubblico e probabilmente conservarli con più cura. Credo che iniziative del genere debbano essere di più, ma mi sembra anche che finalmente stiano proliferando. Una strada da continuare a percorrere.

Dal punto di vista dell’artista, questi luoghi possono incutere timore ad un attore, magari a chi non ha un’esperienza come la Sua?

Non credo. Ho sempre trovato in posti simili una grande energia, se vogliamo utilizzare una parola abusata. Predispongono molto alla riflessione, all’ascolto, alla valorizzazione del passato, della sapienza antica, formidabile nei testi greci. Le assicuro che un attore, in certi teatri, si sente quasi portavoce di un antico sapere. Devo anche dire, e mi è successo personalmente, che a volte questi posti sono utilizzati in modo imbarazzante. Accadde a Paestum, dove mi capitò di portare una tragedia sotto il famoso Tempio, ma lo spettacolo era totalmente distaccato da questa meraviglia. C’era si il Tempio, ma lo spettacolo era allestito su un palchetto di quattro tavole, con un’ amplificazione orribile che sembrava di stare ad una festa di paese e col Tempio che ci sovrastava. Ecco, quando non si crea l’uso giusto di uno spazio, può essere imbarazzante per un attore, ma anche per il pubblico.

Da dove nasce questo suo grande amore per i classici greci? Ho scoperto che anche i suoi figli hanno dei nomi di chiara ispirazione mitologica. (Eco, Cadmo, Leucotea)

(ride – ndr) Eh si, l’amore c’è! Non so da dove nasca, forse anche il nome che porto mi ha fatto fare delle ricerche sul mondo mitologico, e mi ha spinto in questa direzione. Ci siamo dentro! Io credo che quelli della mitologia, della cultura greca, siano archetipi che ci riguardano tutti. Qualche giorno fa in tv seguivo un dibattito, dove dei premi Nobel discutevano sulla crisi greca. Mi dicevo che ai greci, ai loro avi, andrebbe assegnato il Nobel per tutta la sapienza da cui proveniamo.

Signora Ranzi, veniamo allo spettacolo del 22 luglio. La Fedra che porterà in scena a Malborghetto, nacque due anni fa in occasione del Festival dell’eccellenza al femminile di Genova. Le chiedo: una rilettura di un mito così totalmente al femminile (Galatea Ranzi interprete, Eva Cantarella autrice e Consuelo Barilari regista), quanto ne trasforma la sostanza, se la trasforma? Cosa mette in risalto?

Beh, guardi, mi rifaccio al discorso che spesso fa Eva Cantarella quando introduce lo spettacolo. Lei ci parla della Fedra di Euripide. Nella prima Fedra, che è andata perduta (Ippolito Velato – ndr), Euripide era molto dalla parte di Fedra, tanto è vero che il suo testo fu molto criticato, fu anche messo al bando. Nella seconda stesura (Ippolito Incoronato – ndr), la figura femminile ne uscì molto ridimensionata. In qualche modo, con questo nostro lavoro, credo che stiamo compiendo un’operazione di recupero di quella prima visione, dimostrando quanto i greci fossero molto più aperti e liberi di quello che si può immaginare.

Quindi questa Fedra che lei interpreterà non è più vittima di progetti divini, ma cosciente, consapevole della sua scelta “scandalosa”.

Si, cosciente! Lei si proclama artefice del proprio destino, consapevole delle proprie scelte, dei propri errori e della propria catastrofe. Possiamo dire che rifiuta l’alibi di avere ereditato un destino tragico e si assume tutta la responsabilità.

Modernità ora, ma modernità ancor maggiore, per l’epoca, nella prima stesura euripidea. Riflettevo, mentre mi parlava, che dopo millenni, intorno alla percezione del mondo femminile, persiste un alone di tragicità. Anche alla luce delle cronache quotidiane. Ma non se ne esce mai da questa scia di dolore, di morte? Sembra davvero che sia cambiato poco, da Euripide ai nostri giorni.

Eh, ma il mondo femminile non è separato da quello maschile! Spesso le dinamiche tra il maschile e il femminile sono tragiche, in questo senso è come dice lei. Guardi, io credo che ci sarebbe davvero bisogno di un lavoro molto profondo, e in età giovane, anche attraverso una maggiore frequentazione di questi testi nella scuola. Io sono convinta e mi batto in ogni occasione per rivalutare lo studio del teatro, ma anche facendolo, nelle scuole. Sono convinta che questo possa essere un modo per educare e per far sì che crescendo ci si conosca meglio e si arrivi all’età adulta con meno nodi e con meno incognite.

Che bella cosa che ha detto! Sembra un’utopia.

(ride – ndr) Ma si, dico il teatro ma anche la musica, sono strumenti straordinari con cui l’uomo conosce se stesso, i propri sentimenti, la propria emotività. Bisognerebbe davvero entrare più in confidenza con tutto ciò, mentre invece spesso resta un qualcosa di molto incolto, no?

Quanta Galatea Ranzi c’è in questa Fedra che porterete in scena?

(riflette – ndr) Un bel po’! E’ stato un lavoro molto bello, con una grandissima collaborazione, di questo sono veramente contenta. Con la regista, con la video maker (Angela Di Tomaso – ndr) che ha realizzato dei video molto elaborati. Sento di aver collaborato a più livelli, non solo con il mio contributo di attrice.

Ecco, a proposito della moderna multimedialità di questo spettacolo, le confesso che sono spesso scettico sull’utilizzo di questi mezzi in teatro. Le chiedo quanto l’utilizzo della tecnologia può essere davvero funzionale ad una interpretazione e quanto invece può essere pericolosa per l’attore che a volte ne viene mortificato, e straniante per lo spettatore. Quale è il limite, la giusta dose di questi mezzi in uno spettacolo teatrale?

Penso che la giusta dose sia indicata dalla reale necessità di un intervento video, per esempio. Cioè quando è davvero necessario, senza diventare orpello o peggio ancora esca…penso a quando magari si cerca di attirare il pubblico dicendo che uno spettacolo è multimediale, appunto. Bisogna essere molto lucidi sull’uso di queste tecnologie che quando invece sono utilizzate in modo pertinente, diventano assolutamente funzionali all’interpretazione di un attore.

Si diverte di più con il teatro o con il cinema?

Dunque…sicuramente in teatro l’attore conta di più. E’ lui, presente, e il fatto che ci sia il pubblico è un elemento insostituibile.

Giustamente, una volta Lei disse che “ronconiano” sembra un marchio di fabbrica per attori creati con lo stampino. Secondo Lei, che lo ha conosciuto così bene, quale è la vera eredità di Luca Ronconi per il teatro italiano?

Beh, intanto le sue regie sono sempre state frutto di un’idea di partenza molto speciale e mai, mai aleatorie, ecco, tanto per tornare al concetto di pertinenza di poco fa. E poi, in qualche modo, lui non lasciava mai l’attore da solo con le proprie sicurezze di autorappresentazione, mentre invece chiedeva sempre a tutti noi di andare in territori impensati. Credo che questa sia una grande eredità che ci ha lasciato. Non essere mai sicuri, ma osare, mettersi sempre alla prova.

Oltre al teatro, la rivedremo presto in cinema, c’è qualcosa in pentola?

Veramente no! E’ brutto dirlo?

Mah, non lo so!

(ride – ndr) No, sono molto impegnata nella prossima stagione in teatro, quindi non ci sarebbe proprio il tempo nei prossimi mesi. Però mi auguro di tornare al cinema molto volentieri.

E in teatro, cosa porterà Galatea Ranzi, se posso chiedere?

Sarò in una commedia francese contemporanea che si intitola Un’ora di tranquillità (di Florian Zeller – ndr) insieme a Massimo Ghini, che ne cura anche la regia. Saremo a Roma, al Teatro Olimpico, per tre settimane nel prossimo aprile. Mi rimetto in gioco, è un tipo di teatro che non ho mai fatto e mi cimento molto volentieri!

Paolo Leone

Il saluto di Galatea Ranzi ai lettori di Cultura&Culture

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