Dobbiamo parlare: trailer del film e recensione

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Non è semplice realizzare un film senza che scattino i confronti ed è questa la sorte che è capitata immediatamente a Dobbiamo parlare di Sergio Rubini, in sala da giovedì 19 novembre. Leggendo la sinossi e fermandosi di primo acchito all’idea di due coppie e all’ambientazione di un’unica casa, la mente andrebbe subito a “Carnage” di Roman Polanski (2011), ma se si guarda a fondo possiamo dire che le due pellicole hanno in comune soprattutto la connessione col teatro. Dobbiamo parlare mette a suo modo in atto la carneficina della/delle coppia/e e dell’individuo e lo fa con il registro della commedia, in particolare di quella all’italiana. Questo aspetto il regista de “L’amore ritorna” (2004) ci tiene a sottolinearlo. Senza nulla togliere al film di Polanski, tratto da “Le dieu du Carnage” di Yasmina Reza, che dichiara di aver apprezzato, Rubini rievoca le radici della commedia nostrana. Sono queste ultime che lo hanno guidato nello stilare la sceneggiatura con Carla Cavalluzzi (storica collaboratrice) e Diego De Silva. Dobbiamo parlare è una commedia di caratteri, in cui emergono le cadenze, le appartenenze regionali e sociali, le psicologie, i pregiudizi e chi più ne ha più ne metta. Un’altra caratteristica che differenzia “Carnage” da questo film italiano è anche la struttura della casa, «lì i soffitti sono bassi così da enfatizzare la sensazione di claustrofobia; a livello di planimetria, il mio lungometraggio si avvicina più a “La terrazza” di Scola (1980)» e cita anche “Una pura formalità” di Tornatore (1994) e il suo debutto dietro la macchina da presa, “La stazione” (1990).

In Dobbiamo parlare balza subito all’occhio l’unità di luogo. A introdurci è una voce particolare, parlante, anche se forse, simbolicamente e alla fin della fiera, si pensa che sarebbe meglio rimanere muti come un pesce. La serata della coppia di intellettuali, Vanni (Sergio Rubini) e Linda (Isabella Ragonese), viene rovinata dall’arrivo invadente di Costanza (Maria Pia Calzone), pronta a rivelare il tradimento del marito, il professor (Fabrizio Bentivoglio). Anche lui irrompe e nel corso della serata-nottata avverrà questa reunion in cui gli amici faranno da pungiball. L’idea di girare questo film dopo venti giorni di prove più sei prove aperte col pubblico ha sicuramente dato modo agli attori di lavorare sui tic, i pensieri e i non detti dei singoli personaggi. Un tipo di lavoro preparatorio che difficilmente si realizza per il grande schermo, ma di cui si vedono i risultati nella resa di queste maschere. Tutti e quattro asseriscono e si vomitano delle battute che la maggior parte di noi ha detto, proprio a partire da quel “dobbiamo parlare”. Si ha quasi timore di sentirselo dire perché spesso e volentieri diventa l’antifona per la resa dei conti. In quest’ultimo film, col registro da commedia nera, Rubini vuole mettere letteralmente in scena come l’amore non basti e lo fa soprattutto ponendo la lente d’ingrandimento su una coppia in cui esiste lo scarto generazionale.

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Dobbiamo parlare presenta un impianto teatrale anche perché si fonda proprio su quei dialoghi scaturiti dall’omonima espressione del titolo. Qui gli attori non hanno appigli se non la parola e il cast corale offre una buona prova di sé. Su tutti spicca Bentivoglio, anche per quel suo essere sulfureo con sferzate in romanesco. Siamo sicuri che il pubblico riderà di gusto e guarderà in faccia quelle maschere che pian piano si sgretolano. Si dice che le classi sociali non esistano più, ma forse è l’ipocrisia e il perbenismo a far dilagare quest’idea. Ecco in quest’opera, la prospettiva buonista viene fatta fuori. In quest’ottica si sviscerano anche il rapporto di amicizia, le gelosie che si possono creare, il desiderio di esclusività e possesso, dinamiche che si innescano nella vita quotidiana di cui non sempre abbiamo consapevolezza. E poi ci sono le donne, a cui Rubini conferisce un ruolo guida, come se i pantaloni sia lei a portarli, al di là delle questioni legate al denaro e ai beni materiali. Da un lato abbiamo Costanza, «acrobata della manipolazione», dall’altro Linda, «una ragazza borghese intellettuale che si adagia nella comodità di rimanere un po’ sempre nell’ombra di qualcuno», così la definisce la stessa Ragonese. Siamo di fronte a due facce della stessa medaglia, a suggerircelo un’inquadratura in cui entrambe sono allo specchio e le battute che si scambiano. La prima ha il disincanto dovuto ad alcune esperienze, l’altra deve ancora farle ed è imbevuta di ideali che purtroppo non sempre sono concretizzabili nella vita vera. Dobbiamo parlare è attraversato da diversi fili, tra cui anche una sottile ironia capace di dar vita a sottotesti colti dallo spettatore di turno più raffinato (vedi il momento in cui si ascolta “Happy”). Emergono tante domande che scivolano proprio grazie al registro scelto, ma inevitabilmente alla fine ci si chiede: «meno parliamo e meglio è»? Ed ecco il trailer.

 

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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