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Contagious, film elegiaco e crepuscolare

contagious-film Contagious, sottotitolato in italiano “epidemia mortale”, Maggie in lingua originale, è il film delle “prime volte”: folgorante esordio di Henry Hobson dietro la macchina da presa, dello sceneggiatore John Scott 3 e di Arnold Schwarzenegger, produttore e co-protagonista inedito in una produzione low-budget. La tematica trattata, invece, è tornata in voga di recente grazie a serie tv cult come The walking dead, Les Revenants e In the flesh. Certo, il terrore seminato dai non morti antropofaghi non ha mai smesso di essere mostrato, spesso fuor di metafora come in tutta la saga dell’iniziatore George Romero, grazie al “revival of the dead”: dai remake dei classici (L’alba dei morti viventi di Zack Snyder) alle riletture in chiave demenziale (Goal of the dead, Dead set), dagli esperimenti a tinte “romance” (Warm bodies) ai melodrammi da camera (Miss Zombie), la mitologia del revenant non è mai andata incontro all’oblio. Orde di famelici mostri camminano sulla terra “quando all’inferno non c’è più posto per loro”. Corrono e strepitano come quelli di World war z o sono lenti e dinoccolati come in The walking dead, la saga più famosa del pianeta. Nel primo lungometraggio firmato da Henry Hobson e basato sulla storia originale di John Scott 3 che compare nella black list delle migliori sceneggiature mai prodotte nel 2011, i ritornanti sono innanzitutto senzienti, almeno fino a che non si trasformano completamente in animali selvaggi in cerca di prede umane. Come la protagonista di Miss Zombie (Sabu, 2013), ricordano, avvertono paura e rabbia, odio e amore. Si nutrono dei viventi e hanno dimenticato la loro origine dai rituali antichi del voodoo creolo, benchè, per ironia della sorte, la pellicola sia girata proprio in Louisiana, terra maudit in cui si sviluppò il culto della sacerdotessa Marie Laveau. Contagious non è un horror tradizionale, è prima di tutto un dramma da camera sussurrato e mai sopra le righe, elegiaco e crepuscolare come la “natura morta” che circonda Hahnville, Laplace e New Orleans, con le sue canne da zucchero, le vaste distese boschive e le fattorie nello stile del Midwest. Intorno c’è solo malattia e desolazione e chi è stato infettato dal necro-virus è costretto ad andare in quarantena. Bonifiche e leggi marziali sono all’ordine del giorno e sconvolgono gli equilibri della comunità agricola. Un padre dalla ruvida sensibilità perde la figlia dopo che ha contratto il morbo mortale. Passa due settimane a cercarla senza sosta, la ritrova e la riporta a casa, da buon pater familias, ma Maggie (Abigail Breslin) inizia presto a manifestare sintomi preoccupanti, dalla necrosi alla perdita graduale dell’appetito. Wade Vogel (Arnold Schwarzenegger), che ha perso la moglie anni prima, è aiutato dalla compagna Caroline (Joely Richardson) nel difficile compito di prendersi cura della figlia malata prima che il virus la consumi completamente trasformandola in un affamato “walker”. Atmosfere tetre e tinte livide descrivono l’apocalisse della “nuova peste” che si abbatte sul pianeta. Tutto è avvolto da una luce sinistra e dal filtro color seppia usato dal direttore della fotografia Lukas Ettlin che smorza i colori e fa risaltare i volti sofferenti dei protagonisti che vengono a galla in suggestivi chiaroscuri. contagious-film-recensioneNel 1968 il maestro dello zombie-movie (imitato in Italia da Lucio Fulci e altri) George Romero aveva usato il bianco e nero per una maggiore aderenza alla realtà bellica dei telegiornali e per evocare le immagini televisive del conflitto in Vietnam, accecante orrore contemporaneo. Con La terra dei morti viventi, uscito nel 2005, il cineasta usa la metafora degli zombi per riflettere sui fantasmi del post 11 settembre. Dietro ogni film è nascosto un significato politico, come in Contagious che, a partire dallo sviluppo della pandemia che devasta i raccolti decimando la popolazione, ci parla di un morbo epidemico pervasivo, specchio e immagine apocalittica del disordine sociale, politico e morale che impera nelle nostre società. Se però l’idea di fondo è quella di rileggere una storia fantastica come un exemplum rapportato ai nostri giorni, lo sviluppo della trama configura l’opera come una favola nera dai toni intimisti e dallo struggente afflato tragico. Spicca nel cast Arnold Schwarzenegger che si trasforma, dopo essere stato eroe muscolare e superuomo di metallo in Terminator, in un fattore dalla dura scorza e dalla forte tempra morale, barba incolta e sguardo sofferente. Un tipico “self made man” della “terra degli acquitrini”, come il texano Joe (Nicolas Cage) nell’omonimo film di David Gordon Green, solo che il papà di Maggie è in lotta contro un nemico invisibile che si insinua nel corpo della figlia divorandola, oltre che contro gli abitanti del paesino sperduto tra i boschi che non vedono di buon occhio la permanenza di un “quasi-morto” tra loro. Ma Wade, padre amorevole e granitico non smetterà mai di cingere la figlia con abbracci e carezze, nemmeno quando i rantoli si fanno più acuti, la pelle squamosa e le piaghe purulente. E’ sangue del suo sangue (anche se infetto), unica testimonianza vivente dell’amore provato per una donna, un tempo sua moglie, a cui piacevano talmente tanto le margherite da chiamare la figlia Marguerite, Maggie. La matrigna, che pure è buona e dolce, attende la risposta di Dio alle suppliche inascoltate di un’umanità in ginocchio e, man mano che progrediscono i sintomi del male di Maggie, decide di abbandonare lei e il padre ad un destino che assumerà toni sempre più cupi, trascolorando lentamente in aperta tragedia. E’ questo il segreto di un film di straordinaria umanità “mostruosa” che può configurarsi come uno dei primi zombie-drama, almeno dopo la serie tv britannica In the flesh e quella transalpina Les Revenants, in cui il morto vivente non è più un febbricitante cannibale allo stato brado, ma una creatura che si può riabilitare alla vita terrena ed è capace ancora di amare. Il segreto è l’atmosfera rarefatta, la musica cadenzata che descrive un senso incombente di pericolo, il ritmo lento che accompagna sequenze girate con una camera a mano instabile che riproduce effetti di grande realismo. Contagious passa dallo scenario globale dell’epidemia di massa al piccolo spazio familiare di una fattoria della Louisiana attraverso un “montaggio emozionale” che inanella scene di vita quotidiana, flashback dolorosi, dialoghi toccanti e riprese di una natura selvatica ma accogliente. Un kammerspiel drama che si interroga sulla vita e sulla morte, sull’elaborazione del lutto e sulla malattia, dal punto di vista di un padre e di una figlia. L’uno guarda con occhi ancora umani, l’altra con quelli quasi spenti della morte che si avvicina inesorabile.

Voto: (3,5 / 5)

Contagious: trailer del film  

 

Vincenzo Palermo

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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