Ciudad Juàrez e l’inarrestabile mattanza delle donne

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Non ne sentiamo più parlare con la stessa frequenza di qualche anno fa, ma a Ciudad Juàrez le donne continuano a morire. Il femminicidio non si è mai arrestato e la vita di ragazze giovani, con poca esperienza della vita e del mondo, è ancora in pericolo. Il termine “femminicidio” può piacerci o meno e tante polemiche ha suscitato; si tratta di omicidi e, in quanto tali, per molti non andrebbero ingabbiati in una etichetta di genere, però tale dibattito, che non è oggetto di questo articolo, non cambia la natura delle cose. Le stime di Amnesty International parlano di oltre 460 omicidi e circa 600 casi di donne scomparse (ma i numeri sono in continuo aggiornamento) dal 1993 nella città di Ciudad Juàrez, che si trova nella regione di Chihuahua, nel Nord del Messico. Ciudad Juàrez, tristemente conosciuta quasi esclusivamente per questi terribili omicidi, è stata fondata nel 1659 dagli spagnoli e la sua posizione geografica, al confine tra il Messico e il Texas, l’ha resa una città molto importante attraverso i secoli, in quanto in passato era l’unico punto di passaggio attraverso il Rio Grande. Oggi è nota anche come luogo di transito per quanti cercano di entrare illegalmente negli Stati Uniti e il tasso di criminalità, dovuto soprattutto alla piaga del narcotraffico e dei cartelli della droga, è talmente alto da far considerare Ciudad Juàrez la città più pericolosa al mondo. Si calcola addirittura che l’80 per cento della cocaina proveniente dalla Colombia transiti proprio qui prima di approdare nelle città statunitensi. In questa condizione già molto precaria sono avvenuti e continuano ad avvenire le violenze, gli omicidi e le sparizioni ai danni delle donne, alcune delle quali ritrovate cadavere nel deserto.

Per capire meglio cosa sta accadendo a Ciudad Juàrez, abbiamo intervistato la giornalista freelance Ilaria Biancacci, autrice di un’approfondita analisi sulla questione, “La città che uccide le donne”, pubblicata sul mensile di geopolitica “Limes” (26/7/2010). Per prima cosa Ilaria Biancacci ci ha aiutato a comprendere meglio l’ambiente teatro di questo scempio, mettendo in evidenza tanto la ferocia degli omicidi, quanto la quasi totale impotenza di quanti, attraverso nuovi strumenti legislativi, vorrebbero fermare quest’ondata inarrestabile di morte e dolore: «Ciudad Juarez è una città al confine con gli Stati Uniti, una border town, definita dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani “la capitale dei crimini contro le donne” – ci dice -. La discriminazione delle donne fonda le sue radici nei modelli patriarcali e nella cultura machista messicana. Le leggi introdotte negli anni, come la “Ley de Igualdad entre Hombres y Mujeres” firmata nel 2006, o la “Ley de Acceso de las mujeres a una Vida Libre de Violencia” del 2007, hanno fornito nuove sfumature legislative ma non sono riuscite a sradicare un problema che colpisce la società intera e minaccia il progresso del Paese. Il Messico nel 2012 ha modificato il Codice Penale Federale includendovi le sanzioni per i delitti per femminicidio, ma come spesso succede, questi strumenti legislativi non vengono applicati correttamente per via della corruzione che serpeggia tra le istituzioni». Il nodo della questione è proprio nella parola “corruzione”. Qualunque tentativo di salvare le potenziali vittime, infatti, diventa vano se non c’è il supporto delle autorità preposte al rispetto dell’ordine e della Legge. Proprio queste ultime, infatti, sono state più volte accusate di non preoccuparsi minimamente degli omicidi di donne nella città. «Si parla di un grado di impunità pari al 100 per cento per via della corruzione che dilaga tra le istituzioni messicane. Uno dei motivi per i quali non si riesce a fermare questo genocidio di genere riguarda il coinvolgimento delle forze dell’ordine in questi crimini. La polizia sa (a volte è anche coinvolta in prima persona) e non fa niente, la magistratura protegge i colpevoli e le donne vengono lasciate in balia della violenza più estrema», aggiunge la giornalista. Insomma non ci troviamo di fronte a casi isolati, ma a una inquietante serialità. Tra le ipotesi plausibili riguardanti l’identikit degli aggressori (è improbabile, dati i fatti, che si tratti di uno solo), c’è la presenza di più serial killer, forse personaggi implicati in reati a sfondo sessuale negli Stati Uniti ed “esiliati” a El Paso, in Texas, vicinissimo a Ciudad Juàrez.

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A questo si aggiungono collegamenti inquietanti con la mafia, il traffico di droga e la tratta di schiavi. Addirittura si discute ancora l’eventualità, non così remota, che le vittime siano coinvolte nei terribili “snuff movies”, pellicole amatoriali in cui il sadismo delle torture culmina nella morte e non vi è alcuna finzione. Leggendo quanto è stato scritto sui raccapriccianti casi di Ciudad Juàrez, è facile evidenziare alcuni tratti comuni tanto agli omicidi quanto alle scomparse: di solito le vittime hanno trai 15 e i 25 anni, sono molto giovani, more, capelli lunghi, avvenenti e impiegate nelle maquilas, oppure studentesse. Proprio le maquilas (o maquiladoras) hanno un ruolo centrale in molti dei casi che coinvolgono le donne a Ciudad Juàrez: infatti è accaduto spesso che le vittime siano state sequestrate proprio nel tragitto dalla casa alla fabbrica o viceversa. In queste fabbriche, usualmente a fondazione e capitale straniero, le operaie producono, a basso costo, pezzi che, una volta assemblati, daranno vita a strumenti di alta tecnologia: «L’entrata ufficiale delle industrie maquiladoras nel territorio messicano risale al 1965 con il Programa de Industrializaciòn Fronteriza (Border Industrialization Program) – spiega Ilaria Biancacci -. Numerose industrie nordamericane iniziarono a stabilirsi nelle principali città della frontiera nord del Messico, con l’obiettivo di ridurre i costi di produzione attraverso l’impiego di manodopera locale a basso costo. Vitale per la stabilizzazione delle maquiladors fu la firma del NAFTA (North American Free Trade Agreement) e l’abbattimento dei dazi doganali tra Messico, USA e Canada. Le maquiladoras si distinguono fin dal principio per l’utilizzo di manodopera femminile, portando a un cambio di ruoli decisivo. La donna viene incorporata nel mercato del lavoro, generando una “femminilizzazione” del processo produttivo; molte donne lasciano le proprie famiglie per raggiungere Ciudad Juàrez alla ricerca di un lavoro, per godere di una certa indipendenza economica ed una relativa autonomia. Ed è proprio questo aspetto a destabilizzare la posizione dell’uomo all’interno di un consolidato modello patriarcale. Questo cambio repentino di ruoli sfocia in casi di violenza, perché l’uomo non riesce a gestire e accettare il cambiamento. Vedere il proprio ruolo trasformato può degenerare in un sentimento di frustrazione che si traduce nell’uso della violenza contro le donne, con il solo fine di mantenere una posizione di controllo e dominio. Questo mutamento della struttura sociale non può essere considerato l’unica causa del femminicidio, ma è un elemento importante che contribuisce a spiegare il fenomeno. L’uomo cerca di imporre un castigo alle donne che vogliono trasgredire, allontanarsi dai dettami della tradizione».

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Il background delle violenze, dunque, è quello della povertà, della precarietà, in cui non sempre i diritti (per esempio quello all’istruzione) sono garantiti, soprattutto per le donne. Gli assassinii presentano inquietanti analogie che fanno pensare a un tipo di violenza il cui presupposto sia un vero e proprio odio “organizzato”, “culturale” contro le donne (la brutalità si accompagna sempre all’odio, ma in questo caso sembra una sorta di “disprezzo ritualizzato” nelle mutilazioni e nelle torture), come sostiene Ilaria Biancacci: «Il femminicidio rappresenta l’espressione di una problematica più ampia che riguarda una città di frontiera coinvolta in fenomeni quali il passaggio di migranti, il narcotraffico, lo sfruttamento dei lavoratori e la corruzione che dilaga in tutte le istituzioni. La violenza di genere si inserisce in un contesto sociale, politico e culturale miserabile». Questo, però, non vuol dire che le cose non possano e non debbano cambiare. Le condizioni avverse dell’ambiente in cui matura tanta ferocia non devono diventare una specie di giustificazione, un modo rapido per liquidare l’intera faccenda. Al contrario: questo dilagante fenomeno andrebbe studiato (oltre che, ovviamente, fermato al più presto), per capire come e perché le donne a Ciudad Juàrez continuano a morire. Dobbiamo porci le domande giuste e non fermarci finché non avremo le risposte, la verità. Qual è il motivo di tanta malvagità? Cosa e chi c’è dietro? Esiste, forse, una vera e propria “struttura gerarchizzata” che agisce nel buio della notte, magari potente e certa di non essere mai smantellata? Per capirlo è necessario tenere alta l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale, scriverne, cercare con ogni mezzo lecito i veri colpevoli (finora sono state condannate solo 10 persone) e non accontentarsi troppo facilmente di spiegazioni ufficiali che possono nascondere altri scopi. A tal proposito forse molti di noi potranno pensare che dei femminicidi nella città messicana si parli sempre meno. Ilaria Biancacci sostiene che questa percezione sia inesatta: «Non è che se ne parla di meno, se ne parla in maniera differente e attraverso canali diversi. Purtroppo l’agenda dei media tende a portare sotto le luci della ribalta alcune notizie, tralasciandone altre, perché ritenute meno interessanti, troppo lontane o troppo “vecchie”». Un atteggiamento che non possiamo biasimare; del resto i media hanno bisogno di notizie sempre fresche per tenere aggiornati i lettori, i quali esigono un’informazione puntuale, in grado di tenerli al passo coi tempi. Tutto legittimo, però alle volte sarebbe giusto fermarsi e approfondire questioni passate che, come questa, ancora non trovano soluzione. In un certo senso ciò significa non lasciare che i fatti stratifichino nella nostra memoria, ma dar loro consistenza e “spessore”. Un sistema che può aiutarci non solo a dare il giusto peso agli eventi, ma anche a esserne consapevoli cercando, così, nuove strade per risolvere i problemi che li accompagnano.

“Zapatos Rojos”  è una manifestazione internazionale contro la violenza sulle donne
“Zapatos Rojos” è una manifestazione internazionale contro la violenza sulle donne

Le comunità, ma anche gli individui, che siano coinvolti o meno nelle vicende di attualità, quando non accettano la rassegnazione e il silenzio, possono fare molto per rovesciare situazioni che sembrano immutabili e provocano, in chi le subisce, solo rabbia e annientamento di sé. Eppure tutto ciò non basta: «Per fermare questo genocidio di genere bisogna continuare a lottare, attraverso il lavoro e l’impegno delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani; attraverso il sistema educativo, evitando la diffusione negli anni a venire, di modelli sociali sbilanciati e violenti, portando alla nascita di nuove generazioni più attive, responsabili e consapevoli; attraverso l’impegno delle donne che lottano ogni giorno per sostenersi e sfuggire ai rigidi ruoli imposti dalla società. Non è impossibile, ma sarà un processo lungo, complicato e non immediato», dichiara la giornalista. Un processo che non deve spaventarci, nonostante la fatica e il tempo che richiederà. Ci troviamo di fronte a uno scarso interesse nei confronti della vita e di giovanissime ragazze che, agli occhi di alcuni, non valgono nulla né come persone né come operaie; anzi, la manodopera si trova facilmente, perché cacciarsi nei guai in nome di ragazzette come ne esistono tante? (Ragionamento irresponsabile di quanti favoriscono l’omertà e il guadagno a tutti i costi, certi di essere al sicuro dagli urti della vita, nel loro “bozzolo” di sottomissione alla legge del più forte, o meglio, di chi appare più forte attraverso la violenza). In questo modo si innesca un circolo vizioso per cui chiunque provi a lottare viene sistematicamente messo in minoranza e trova a ogni passo un muro di silenzio e minacce invalicabile, soprattutto perché non vi è, a livello capillare, un’educazione alla vita e al suo valore, al rispetto delle persone. Ignoranza, povertà, degradazione, emarginazione, sfruttamento del lavoro (le operaie delle maquilas lavorano per 4 dollari ogni 10 ore di lavoro) formano una miscela esplosiva e intollerabile nel mondo di oggi, che pretende di essere (e non sempre ci riesce) più giusto e attento ai bisogni di chi lo abita, correndo incessantemente verso la modernità e il progresso accessibile a tutti. La fine dei femminicidi di Ciudad Juàrez è uno dei banchi di prova per stabilire il grado di civiltà dell’umanità intera. In palio c’è la libertà delle donne e degli esseri umani. Le distanze non contano, poiché la distruzione dei diritti, la Storia ce lo insegna, è molto simile al gioco del domino. Chi sarà il prossimo a cadere?

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Autore dell'articolo: Francesca Rossi

Francesca Rossi
Francesca Rossi, romana, è specializzanda in "Lingue e Civiltà Orientali" a “La Sapienza", ha vissuto ad Alessandria d'Egitto per approfondire lo studio della lingua e la cultura araba. Gestisce tre siti: "La Mano di Fatima", "Divine Ribelli", "Angelica la Marchesa degli Angeli". Per la casa editrice “La Mela Avvelenata” ha scritto diversi racconti tra cui “La Spada di Allah” e partecipato a molte antologie come “50 Sfumature di Sci-Fi” con il racconto “La Preghiera della Sera”. E’ in pubblicazione il suo romanzo “Il Palazzo d’Inverno” e in fase di scrittura l’opera a tema islamico “Alamut”. Il sito: http://elioreds.wix.com/francescarossi Pagina Fb: https://www.facebook.com/FrancescaRossiAutrice

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