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Carlotta Proietti a Teatro con passione e allegria, l’intervista

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Carlotta Proietti è gentile, solare, ha una grande umiltà e consapevolezza. Il suo momento, i suoi compagni di viaggio, l’amore per la musica e il teatro, una formazione in via di definizione. Un cognome che potrebbe essere ingombrante, l’entusiasmo e l’allegria per un ambiente che ha respirato fin da bambina. E all’orizzonte il Teatro Sistina che vide i trionfi di suo padre. Abbiamo incontrato Carlotta Proietti in una pausa dello spettacolo con cui è in scena durante le festività natalizie al Teatro Golden di Roma, Generazione di precari, e si è raccontata a Cultura & Culture con grande disponibilità.

 Carlotta, attualmente sei in scena con Generazione di precari, al Teatro Golden, con una compagnia che, mi sembra di capire, è diventata una tua seconda famiglia. Claudia Campagnola, Marco Morandi (altro figlio d’arte), Matteo Vacca, con in più la partecipazione del bravissimo Maurizio Di Carmine. Come è nata questa armonia tra di voi?
Ma sai, queste cose semplicemente accadono, non c’è una vera risposta. Accadono, fortunatamente, perché poi scatta un divertimento reciproco, una complicità che è difficile trovare altrove. E’ la prima volta che mi capita di lavorare in più spettacoli, con gli stessi attori. Sicuramente, aver girato l’Italia con il nostro precedente lavoro, Non c’è due senza te, ma anche con Precari, ti dà la possibilità di conoscerti meglio in più situazioni e questo fa da collante. Anche nelle difficoltà, perché noi ci siamo autoprodotti per molto tempo e trovarsi sempre insieme nei viaggi, nelle stanzette d’albergo, contribuisce a creare un clima molto familiare.

Cosa è l’armonia in scena?
Secondo me è qualcosa che ha a che fare anche con la musicalità, con il ritmo condiviso, con la complicità che ti permette di guardarti negli occhi con i tuoi compagni e affrontare anche le difficoltà che possono avvenire in scena. Ma soprattutto il ritmo. Spesso persone del pubblico ci dicono che si avverte questa sintonia, questo scambio tra di noi.

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Sai Carlotta, non è per niente facile intervistarti, perché si cade nella tentazione di farlo parlando di tuo padre e non mi sembra il caso, però ti rendi perfettamente conto dell’importanza del tuo cognome. Ti chiedo, allora: è pesante essere la figlia di un mostro sacro del teatro, avere quel cognome?
Pesante non direi. Io penso che la cosa si rifletta più nel giudizio delle persone esterne al nostro ambiente che non tra di noi, nel senso che c’è un inevitabile pregiudizio, non sempre negativo. A volte si crea una legittima curiosità verso “la figlia di” Proietti. Ma non l’ho mai biasimata questa cosa. Io stessa, se in televisione vedo una persona che è figlia d’arte, e non la conosco, la prima cosa che penso è: fammi un po’ vedere cosa sa fare? Forse è brutto dirlo ma è così, credo che un po’ tutti condividano questa visione. Può diventare difficile nel momento in cui si palesa un pregiudizio negativo, in cui si fa strada l’idea che fai una cosa perché raccomandata. Ecco, in quel caso è difficile, ma pesante no. Anzi, mi ritengo piuttosto fortunata perché senza questo cognome non sarei cresciuta in un ambiente divertente come questo.

Appunto, tu sei nata e cresciuta nei teatri, hai respirato sin da piccolissima questo ambiente. Hai mai avuto un moto di ribellione, come spesso accade ai figli nei confronti dei genitori? Hai mai pensato di fare altro nella vita, di cambiare strada?
Di fare proprio qualcosa di totalmente diverso non l’ho mai pensato veramente. Per molto tempo non si è ben definita la mia direzione, questo sì, però ho iniziato soprattutto con la musica e inizialmente questa strada non si delineava come un mestiere vero. Per cui ho fatto tante piccole esperienze, ma mai ho pensato di fare qualcosa di totalmente estraneo al mondo artistico.

Quindi non ci sono stati contrasti in famiglia.
Di questo tipo no, anche perché i miei genitori sono stati sempre molto aperti e concessivi verso le mie aspirazioni. Per un certo periodo sono stata molto ribelle, provando a fare anche altro, che ne so, ho lavorato in gelateria, ma più per una mia indipendenza, mio pallino da sempre, che per altri motivi.

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Mi hai parlato di musica. So che hai una tua band, i Blatters, il cui nome è tutto un programma (ride – ndr) con cui fai molte serate, hai inciso anche un disco, fatto videoclip. Ami più cantare o recitare?
E’ molto difficile risponderti su cosa preferisco. Mi capita di lavorare lunghi periodi sulla musica, altrettanti sulla recitazione e in entrambi i casi sento molto la mancanza dell’altra disciplina. Il mio sogno è unire le due cose.

Tentazioni da performer? Hai mai pensato al musical?

No, non direi. Il musical è un mondo a sé. Un conto è la commedia musicale, come quella che stiamo facendo ora e che faremo al Sistina a maggio prossimo con Non c’è due senza te in una nuova veste, un altro è il musical. Io ho enorme rispetto di tutte le maestranze, di tutti i mestieri, e nei musical devi essere capace di ballare molto bene, devi avere un certo tipo di vocalità che io non ho e quindi non mi ci accosto perché non mi ci vedo proprio.

Possiamo dire quindi che sei in una fase di sperimentazione e definizione dei tuoi desideri?
Sì, sì, assolutamente. Anche con lo spettacolo Parole parole parole che abbiamo fatto al Teatro Sette con Matteo Vacca, mi sono cimentata nella composizione della colonna sonora. Ci sto lavorando, insomma. Non è facile perché il mio mondo cantautoriale è distante da quello recitativo, quindi ancora non sono sicura se unirli o puntare su brani esistenti, semplicemente accostandoli alla recitazione.

Chiedi mai consigli a tuo padre, su queste cose?
Spesso, sì. Ne parliamo di frequente. Anzi, lui è il primo a spingermi e secondo lui dovrei fare uno show tutto mio. Ne sono lusingata, perché so che lui mai mi direbbe una cosa simile se non pensasse che ne sarei capace, però al momento non me la sento. Voglio che avvenga, se proprio deve avvenire, nel momento giusto. Un progetto del genere è molto ambizioso, vedremo con calma.

Carlotta Proietti con Paolo Leone
Carlotta Proietti con Paolo Leone

Carlotta, ci siamo conosciuti a una prima di Semo o nun semo, lo spettacolo di Nicola Piovani, più di un anno fa. Poi ti ho vista in Non c’è due senza te, Otello al Globe Theatre, Parole parole parole per la regia di tuo padre, ora Generazione di precari, poi a Capodanno sarai all’Auditorium Parco della Musica insieme a Gigi con Cavalli di battaglia, a seguire ne Il caso Majorana al Teatro de’ Servi e al Sistina nel finale di stagione. Amerai cantare, ma sei lanciatissima nel teatro. Ora che ci sei dentro, cosa non ti piace di questo ambiente?
La poca cura di certe produzioni, quando vedo delle cose un po’ buttate via, lo spreco dal punto di vista economico. La questione dei finanziamenti, questa diatriba tra privato e pubblico, quando poi vedi dei progetti, che meriterebbero molto di più, in cui sono costretti a portarsi i pezzi da casa e viceversa. Colpa di tutti e di nessuno, sarà banale dirlo, ma la situazione in Italia è questa. Mi fa molta rabbia quando vado all’estero e vedo produzioni fatte in altro modo e dico: perché da noi no? Forse noi giovani (ride – ndr) siamo ancora in tempo per fare cose belle. Mi sto interessando di produzione anche per questo. Si cerca molto lo strano, l’alternativo eccessivo, dimenticando il pubblico. A volte percepisco che non si lavora per il pubblico e credo che bisognerebbe tornare coi piedi per terra.

L’esperienza in Otello al Globe Theatre?
Un’esperienza che ho adorato. Traumatica, perché è stata la mia prima volta in un ruolo drammatico (nel ruolo di Emilia – ndr) e ringrazierò sempre il regista Marco Carniti. Esperienza faticosa ma gratificante, mi ha dato tanto. Lo stesso regista mi ha voluto provinare perché mi aveva sempre visto in parti brillanti. Mi sono messa a studiare di brutto. Un testo dove c’è tanta sostanza a cui attingere, per un attore.

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Globe per il quale tuo padre ha levato un grido di allarme.
Eh sì, purtroppo sì. La situazione è molto complicata, vediamo il prossimo anno dove si andrà a sbattere la testa. Questa è una delle situazioni ridicole, perché il Globe è una realtà che funziona a pieno regime, ma si sa che qui vige il paradosso per cui ciò che funziona viene affossato. Situazioni che ti demoralizzano, ma bisogna resistere.

Cosa ti piace vedere a teatro?
Vedo davvero di tutto, ma sono anche un’appassionata di cinema, di ogni genere. A casa vedo film da Kubrick a Fantozzi. In teatro mi piacerebbe vedere più spesso delle produzioni di livello. Recentemente, a Milano però, ho visto un lavoro di Bob Wilson, Odissey, ed è innegabile che si respiri un’aria un po’ diversa. Enorme professionalità ed enorme divertimento. Qui a Roma è più difficile che accada.

Chiamandoti Proietti sei condannata a ruoli brillanti, a parte la parentesi in Otello?
Questo davvero non lo so, il mio percorso è un po’ particolare. Io ho iniziato a recitare molto tardi e quindi è come se mi fossi affannata a provare tante cose. Ora ho un’età in cui dovrei decidermi. L’Otello mi ha molto spiazzata, ma certo è che il brillante mi diverte molto, è nelle mie corde. Mi piacerebbe poter dire che, come viene concepito all’estero, l’attore dovrebbe fare di tutto, ma anche questo aspetto in Italia viene visto con sospetto. Sai anche cantare, boh… (ride – ndr). Non vorrei precludermi nulla, vediamo. Sicuramente ora la direzione è verso la commedia, anche per i progetti futuri.

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Nei quali, oltre al teatro, dove potremo vederti?
In tv ci sarà l’uscita della seconda serie de La pallottola nel cuore, con il mio papà, abbiamo appena finito di girare e credo che sarà trasmesso in primavera. Oltre a tutto il teatro che abbiamo detto, con il mio gruppo musicale, che sto trascurando, c’è il vago progetto di un altro lavoro discografico ma completamente indipendente perché la discografia è tutto un altro mondo che non mi interessa più.

Carlotta, chiudiamo con il Sistina. A maggio debutterete con Non c’è due senza te, regia del bravissimo Toni Fornari, in quello che è il tempio della commedia musicale italiana e dove io, tanti ma tanti anni fa, vidi uno spettacolo che mi fece impazzire per il teatro: I sette Re di Roma, di Magni, con un certo Gigi Proietti.
Guarda Paolo, mettere piede al Sistina è più di un sogno. Ancora oggi, con un contratto firmato, stentiamo a credere che sia vero, ci ridiamo su. Voglio dire, dopo il Sistina c’è Broadway! Ho avuto la fortuna di esserci già stata insieme a mio padre, ma pensare di andarci da protagonista con i miei compagni, noi quattro, dopo aver girato tutti i tipi di teatri in giro per l’Italia, siamo attoniti, increduli, siamo… boh, felicissimi! (ride, ndr).

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Autore dell'articolo: Paolo Leone

Paolo Leone
Nato a Roma. Ama il teatro, di qualsiasi genere. Free lance, segue le stagioni teatrali romane da anni, scrivendo recensioni e realizzando interviste ai protagonisti. Attento ai giovani talenti. Ha organizzato presentazioni di libri in librerie a Roma e provincia ed è stato relatore al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2013.

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