Bud Spencer Blues Explosion, dal tour al nuovo album

Intervista ai Bud Spencer Blues Explosion sul tour, sul nuovo album e molto altro ancora

Bud Spencer Blues ExplosionAttivi dal 2007, quattro album registrati in studio più un Ep e un Dvd, ma soprattutto centinaia di concerti tenuti in tutta Italia. I Bud Spencer Blues Explosion sono ormai molto più di una promessa, per il rock alternativo italico. Il duo romano composto da Adriano Viterbini (voce e chitarra) e Cesare Petulicchio (batteria) propone da ormai 8 anni una brillante commistione di grunge, blues e modern rock che si traduce in live show istintivi ed energia che scorre a fiumi. Li incontriamo alla fine del secret show tenuto presso “Marmo”, un locale di Roma, organizzato nell’ambito del “Jack on Tour”, dove hanno suonato per una quarantina di minuti facendo cadere l’intonaco dalle pareti, nonostante la febbre di Adriano e il forte mal di gola. A raccontarci le impressioni sull’attuale tour, sul nuovo album e su molto altro è infatti Cesare, apprezzato batterista già collaboratore di Valentina Lupi e Lorenzo Lambiase.

Com’è andato il tour fino ad ora?

Molto bene. Ne abbiamo fatto uno ad aprile, prima dell’uscita del disco, per provare i pezzi dal vivo visto che la nostra intenzione era incidere un album dal forte impatto live. Adesso invece lo stiamo presentando nei locali e il pubblico sta reagendo bene, anche se è sempre difficile giudicare dal palco! Noi siamo un gruppo che va avanti tanto col passaparola e facendo tantissimi concerti e per fortuna vediamo che la gente aumenta sempre di più. Questo è sicuramente un indice di gradimento positivo. Le cose insomma vanno bene e non ci possiamo lamentare, adesso è un periodo in cui si fanno gli album per fare i tour, prima si facevano i tour per promuovere un disco e il fatto che escano tante date è ovviamente una cosa buona.

 

Bud Spencer Blues Explosion tour

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Il nuovo album è uscito a giugno. Come sta andando?

Vendiamo tante copie ai concerti. Anche lì è difficile capire le vendite perché di negozi di dischi ce ne sono pochissimi, hai più o meno solo i dati delle vendite digitali. Però insomma va meglio degli altri, i numeri aumentano sempre di più ed è strano perché adesso che escono un sacco di album al giorno, pensare che un album vada ancora bene a 6-7 mesi dalla sua uscita è un segnale positivo.

 

Visto che è appena finito Sanremo, voi lo avete seguito? Ci suonereste?

In quei giorni eravamo in tour, però io da quando ero piccolo l’ho sempre seguito! Comunque ho visto solo la prima puntata e mi è uscito il sangue dal naso! Quest’anno più che in passato. Secondo me Sanremo è anche facile vincerlo: se tu sai di essere un “tenorino” di 18 anni e hai quella voce, vinci. Così come vinci se sei un non vedente. È più o meno la stessa cosa! Ci sono ormai delle etichette, si capisce prima. Sentivo alla radio giorni fa che la vittoria de Il Volo era quotata a pochissimo, perché ormai si sa cosa può andare o no a Sanremo. Ci sono poi degli standard, i pezzi che devono avere l’acuto e finire sottovoce… Cioè, sempre le stesse cose. Fa ridere, è una cosa folkloristica. Tipo Zelig. Io comunque ci andrei, a Sanremo. Ma da Big, perché così hai molta più libertà. Vai lì, fai quello che vuoi tu, poi la gente ti elimina immediatamente. È fighissimo! Da giovane invece devi seguire determinati schemi. Però ripeto, ci andrei. Ci saranno delle feste da paura!

 

Tornerete al concerto del primo maggio anche quest’anno?

Non lo so, di solito ti chiamano loro e lo fanno pochissimi giorni prima.

 

Visto che vi definite una band live, i nuovi brani li scrivete in tour o avete bisogno di entrare in studio?

Non avendo uno studio nostro, non possiamo passare due anni chiusi da qualche parte a suonare! I dischi precedenti sono stati scritti tra un concerto e l’altro. Prima della pausa precedente a questo album non ci eravamo mai fermati, invece per l’ultimo lavoro abbiamo deciso di entrare in sala prove per un anno e mezzo e registrare come pre produzioni tanto materiale. Poi siamo andati in studio con Giacomo Fiorenza che ci ha prodotto il disco e in un mese abbiamo registrato tutto. Di getto, quasi tutto in presa diretta proprio perché volevamo dare un impatto live all’album.

 

Qualcuno in passato ha detto che con l’aggiunta di un basso potreste cominciare a fare sul serio. Cosa rispondete?

Non è proprio in programma (ride, ndr)! Non è che siamo persone chiuse, ma abbiamo un nostro equilibrio così. Se dovessimo aggiungere un altro strumento, ci piacerebbe uno non convenzionale proprio per sperimentare di più. Non so, tipo un organo Hammond o un trombone o un dj con i campionatori. Il basso è la cosa più immediata che ti viene. Per un duo, l’aggiunta di un altro strumento ti cambia parecchio, come per esempio i Black Keys sono cambiati completamente quando hanno aggiunto tastiera e basso.

 

Voi due siete amanti del rock anni ’90 americano e del blues e le vostre principali ispirazioni provengono da lì. Ma in Italia avete dei punti di riferimento musicali?

In passato ho ascoltato tanta musica italiana, gruppi classici come Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena… Mi piaceva tanto il Battisti degli anni ’70, il primo Pino Daniele che mi ha trasmesso l’amore per il blues (oltre a Clapton e i Cream). Anche adesso ad esempio ascolto dischi di Mina, mi piace molto la musica italiana degli anni ’60 perché era fatta veramente bene, tutti quegli album con le grandi orchestre della Rca che se li confronti con i dischi di quelli di X-Factor dici “ma come ca**o siamo finiti qui??”. Per fare un disco ci si metteva grande cura, insomma. Anche in quelli di Lucio Dalla, per esempio, negli arrangiamenti ci trovi tanto perfezionismo. Adesso ti basta uno studietto a casa, giocare un po’ con i plug-in e fai un disco. Ma questi lavori non hanno un’anima. Se un disco è fatto bene, anche la gente ignorante lo capisce. Ma è anche una questione di soldi, comunque. Oggi purtroppo non ti puoi più permettere di stare due mesi in studio, come facevano Venditti o Rino Gaetano, per dire. O i Verdena, che hanno uno studio tutto loro. Oggi in Italia questi budget non esistono più. Anche noi, più di un mese in studio non possiamo starci.

 

Dopo otto anni di concerti e quattro dischi all’attivo, a che punto del vostro sviluppo artistico vi sentite? Quanto manca per raggiungere una forma definitiva?

Spero di non raggiungerla mai, perché è proprio quello che ti dà la forza. La musica che facciamo è una ricerca continua, è la nostra identità. Ascoltiamo tanta musica e abbiamo tante influenze. Magari un cantautore con un suo stile ha altri standard di crescita, però noi due siamo una band di ricerca che può permettersi di fare qualsiasi cosa, quindi sarà sempre così. Come gruppo improvvisiamo tanto e abbiamo una grande sintonia. E’ per quello che per noi è difficile fare i dischi! Per incidere devi scrivere dei pezzi “chiusi”, mentre noi siamo molto istintivi.

 

Progetti e collaborazioni all’orizzonte?

Adesso continuiamo questo tour, che finirà a fine marzo, staremo due mesi fermi e poi faremo tutti i festival estivi. Quindi ci fermeremo un altro po’. Purtroppo non credo andremo all’estero perché per un gruppo italiano è difficile far distribuire un disco cantato nella nostra lingua, anzi è quasi impossibile. Ci stiamo provando in tutti i modi, però. Vediamo se ci riusciamo per settembre.

 

 

Paolo Gresta

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Autore dell'articolo: Paolo Gresta

Paolo Gresta
Paolo Gresta è nato a Roma nel 1977. Laureato in Lingue, con una specializzazione in Editoria e Scrittura, è giornalista pubblicista e collabora da anni con riviste e magazine online con articoli di cultura, spettacoli, musica e sport. Tra i suoi interessi principali ci sono la letteratura, i concerti, i viaggi e la scrittura”

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