I Blur e il nuovo disco The Magic Whip, recensione

blur-nuovo-disco-the-magic-whipChi si aspettava il classico revival di un gruppo di cinquantenni mezzi rimbambiti o, peggio ancora, uno stucchevole amarcord del glorioso brit-pop che fu, resterà profondamente deluso. The Magic Whip, nuovo disco dei Blur, arrivato dopo un’attesa di 12 anni dall’ultimo “Think Tank” del 2003, è un album bellissimo. Mica tanto per dire. Seppur con qualche inevitabile acciacco stilistico, Damon Albarn e compagni tornano con un lavoro brillante e privo di retorica, a tratti profondamente emozionante e velato da una malinconia beffarda che permea quasi tutte le 12 tracce del nuovo disco. Insomma, l’ultimo album in studio di uno dei gruppi più bravi che gli anni ’90 abbiano sfornato era attesissimo. E The Magic Whip, uscito in tutto il mondo su etichetta Parlophone lo scorso 27 aprile, rimette la chiesa al centro del villaggio, e cioè i Blur nel novero delle poche, grandissime rock band contemporanee. Si diceva del brit-pop. Questo è forse uno degli equivoci più grossi, perché in effetti il gruppo ha sibito lo stemma sul petto solo ai tempi dei duelli (mediatici, soprattutto) con gli Oasis dei fratelli Gallagher. blur Ma Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree sono da sempre dei grandi sperimentatori e già da “The Great Escape del 1995 la band ha preso il largo verso nuovi territori musicali, staccando nettamente i rivali di Manchester. Quest’ultimo album serve soprattutto a scrollarsi un po’ di polvere di dosso, ma i quattro musicisti inglesi non riescono a essere banali neanche quando prendono un caffè al bar e la polvere se la tolgono con un’eleganza sconosciuta alla stragrande maggioranza dei loro colleghi. 12 anni, quindi. 16, se si considera che “13 fu l’ultimo lavoro inciso dalla formazione originale, prima che Coxon lasciasse le registrazioni del successivo “Think Tank per i suoi problemi di alcolismo. Eppure il tempo sembra cristallizzato intorno alle corde vocali di Albarn quando parte “Lonesome Street, open track del nuovo disco. Il marchio di fabbrica è illuminato a giorno e ricorda vagamente “Coffee&Tv del 1999. Fa sentire a casa, insomma. Ed è una bella sensazione. “New World Towers è una splendida ballata malinconica dai toni oscuri e funerei, arrangiata con delicati arpeggi di chitarra dal sapore orientale. D’altro canto, la scrittura di The Magic Whip è iniziata a Hong Kong nel maggio del 2013 e la copertina raffigura un gelato disegnato con il neon, assieme al nome del gruppo e al titolo dell’album in lingua cinese. Si torna subito a Londra, però, con “Go Out”, primo singolo estratto e altro brano dal sound inconfondibile dove la chitarra sincopata di Coxon si intreccia sul canticchiato del frontman per il pezzo più made in Blur del nuovo disco The Magic Whip. blur“Ice Cream Mansembra la trama di un vecchio film in bianco e nero dove c’è l’omino dei gelati in fondo alla strada, che con la sua frusta magica (la “Magic Whip del titolo) monta la panna per la gente del posto e Damon racconta di quanto era emozionato a vedere quella scena in tv quando aveva 21 anni. Un gioiello. Poi arriva “Thought I Was a Spaceman, che si apre con una siderale slide acustica che incede su un soffice beat elettronico e le solite venature orientali, per impennarsi su scenari indie-rock in cui Albarn canta “Thought I was a spaceman / Digging up my heart / In some distant sand dune / You again”. “I Broadcast è il giro di boa del nuovo disco e i quattro Blur riprendono a pompare rock genuino per tre minuti in una canzone che sembra perfetta per la dimensione live. “My Terracotta Heartci riporta dentro atmosfere più intime e scure, dove un sinistro riff elettronico accompagna liriche decadenti come “I’m running out of heart today / I’m running out of open road to you / When I know you are emoting and you’re dazed”. Poi l’apocalittica “There Are Too Many Of Us arriva con fare minaccioso e ci ricorda che “We pose this question to our children / That calls them all to stray / And live in tiny houses / Of the same mistakes we make” su un tappeto rock in mid-tempo guarnito di gelidi violini. “Ghost Ship si muove lenta su atmosfere esotiche ed è un pezzo di alleggerimento che conduce all’ultimo tris di canzoni. La prima delle quali, “Pyongyang”, è già a partire dal titolo estremamente impegnativa. Si sprofonda in un mare densissimo e nero, i toni sono color pece e “l’oscurità è se stessa”, mentre ci si muove in uno spazio in cui “la temperatura scende, presto non ci sarà più luce se non un bagliore rosso e una bara di vetro, guardata da qualcuno nella notte”. Certamente il pezzo più duro dell’album. “Ong Ong lenisce questa infernale discesa con i suoi colori beat e sbarazzini, poi “Mirrorball chiude il disco con Albarn che ricorda draghi volanti nel cielo e l’urlo dei gabbiani a Ocean Park, sempre a Hong Kong. Il verso finale “Hold close to me ripetuto di continuo è l’augurio che i Blur si fanno nei confronti dei milioni di fan che attendevano il loro ritorno. Il nuovo disco dei Blur, The Magic Whip, è un episodio fortemente convincente e proiettato al futuro. Del brit-pop, per dirla con Coxon, “non è rimasto nulla, ma ci siamo noi. E stiamo facendo musica nuova, che magari all’inizio poteva non sembrare bella”. Magari all’inizio. Ma adesso è magica.

Voto: (4,5 / 5)

Paolo Gresta

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Autore dell'articolo: Paolo Gresta

Paolo Gresta
Paolo Gresta è nato a Roma nel 1977. Laureato in Lingue, con una specializzazione in Editoria e Scrittura, è giornalista pubblicista e collabora da anni con riviste e magazine online con articoli di cultura, spettacoli, musica e sport. Tra i suoi interessi principali ci sono la letteratura, i concerti, i viaggi e la scrittura”

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