Beatles, Abbey Road: l’album-testamento compie 45 anni

Il 26 settembre del 1969 i Beatles pubblicavano “Abbey Road”, undicesimo nonché ultimo album in studio dei Fab Four. Un disco che grazie a brani come “Come together”, “Something” e “Here comes the Sun” è rimasto nella storia della musica

Abbey Road album BeatlesIl 26 settembre di 45 anni fa usciva “Abbey Road”. Il giorno dopo i Beatles non esistevano più. Il disco rappresenta, infatti, l’ultimo album inciso in studio dal gruppo, il successivo, “Let it Be” , è composto da registrazioni live, inediti e rielaborazioni pubblicate quando ognuno aveva già preso la propria strada.

Un lavoro egregio che rappresenta l’ultima pietra miliare regalata dai Fab Four ai propri fan.

Eppure fino al giorno prima del suo arrivo su “Abbey Road” nessuno avrebbe scommesso una sterlina. Le frizioni tra i quattro erano fortissime, i brani vennero incisi “a turno” a causa dei numerosi impegni e delle vicissitudini personali di ognuno. L’unico veramente convinto del progetto sembrava Paul. Il bassista era talmente determinato a creare qualcosa di unico che, a partire da una settimana prima della data di inizio delle registrazioni, si recò negli studi londinesi ogni giorno per cercare di trovare la miglior performance vocale possibile per “Oh! Darling”. Tanto sforzo fu premiato: l’interpretazione del brano è considerata una delle migliori della sua carriera.

music_beatles_break_up-1970Il disco è da molti ritenuto “un miracolo”, sia per la difficile fase di elaborazione da cui è stato caratterizzato sia per il livello di eccellenza raggiunto dai Beatles. Il lato B rappresenta quanto di più inaspettato e nuovo si fosse fino a quel momento visto nella storia del rock: al suo interno, dopo l’eterea “Here comes the Sun” e l’arpeggio elettrico di “Because”, comincia un long medley in cui ballads e brani rock si susseguono uno dopo l’altro senza alcuna pausa. “You Never Give Me Your Money”, “Sun King”,”Mean Mr Mustard”,”Polythene Pam”, “She Came In Through the Bathroom Window”, “Golden Slumbers”, “Carry That Weight”, “The End” formano una suite che toglie il respiro. Senza un attimo di riposo per le orecchie adoranti dei fan, i pezzi succedono riprendendo temi, inserendo variazioni, creando un unicum la cui omogeneità deriva proprio dalla diversità.

Ma Abbey Road è soprattutto il lato A che comincia con “Come together”, pezzo scritto a Montreal da John, che riprende il motto politico di Timothy Leary, avversario di Ronald Regan per la carica di governatore della California. Un brano che gioca su allusioni sessuali e riferimenti alla droga inseriti in una cornice nonsense e ritmati dal piano elettrico di Paul e dalla chitarra di George. La canzone venne addirittura censurata dalla BBC perché non solo violava il codice sulla pubblicità con la parola “Coca Cola”, ma quest’ultima venne anche considerata anche un chiaro riferimento alla cocaina.

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Il simbolo di quest’album però è senza dubbio la dolcissima “Something”, pezzo che troppo tardi fece emergere davanti agli occhi di tutti il talento timido di George Harrison e il contributo reale che la sua profonda sensibilità artistica aveva saputo dare ai Beatles nel corso degli anni. Sempre vissuto all’ombra di Lennon e McCartney, il chitarrista aveva in un primo momento deciso di offrire questa perla a Joe Cocker nel timore di un rifiuto da parte dei compagni. Ma alla fine le insistenze dei due ebbero la meglio e il brano venne inserito in “Abbey Road”, ottenendo un successo talmente grande da spingere Frank Sinatra a definirla “la miglior canzone d’amore degli ultimi cinquant’anni”. Non si sa se mentre scriveva “Something” Harrison fu ispirato dall’amore per la moglie Pattie Boyd che di lì a qualche anno lo avrebbe lasciato per Eric Clapton, all’epoca intimo amico del musicista beatlesiano. George ha sempre negato qualsiasi riferimento alla donna, sostenendo che mentre componeva il brano pensava al musicista Ray Charles.

beatles1Dopo la divertente “Octopus ‘s Garden” scritta da Ringo Starr mentre si trovava in vacanza in Sardegna, l’A-side si chiude con “I Want You (She’s So Heavy)” ritenuta dalla critica il primo brano heavy metal della storia del rock.

Non può mancare poi un accenno alla copertina di Iain McMillan: George, Paul, Ringo e John che attraversano un passaggio pedonale di Abbey Road sito davanti agli studi che hanno visto nascere tutte le loro canzoni. I quattro si dirigono verso destra, simboleggiando metaforicamente l’uscita definitiva dagli studios in vista dello scioglimento finale.

Abbey Road, dopo quarantacinque anni, rimane una delle opere più compiute e importanti dei Beatles. Un album la cui eccellenza si riscontra in ogni nota, in ogni parola, in ogni brano.

Per i Beatles il disco rappresentava una sorta di testamento da lasciare ai fan dopo la fine di un’avventura in cui i quattro ragazzi di Liverpool erano riusciti a cambiare il mondo attraverso la musica.

Non a caso tutto avrebbe dovuto concludersi con “The End (in realtà l’ultima traccia dell’album è “Her Majesty”, posizionata lì per un errore tecnico in fase di montaggio), brano di una sola strofa con la quale John Lennon voleva lanciare un messaggio chiaro, “cosmico e filosofico” che rimanesse nel tempo nonostante la fine dei Beatles. E allora, noi concludiamo questo articolo citando proprio i suoi versi: “and in the end the love you take is equal to the love you make”.

Vittoria Patanè 

 

 

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Autore dell'articolo: Vittoria Patanè

Vittoria Patanè
Vittoria Patané nasce a Catania il 10 settembre del 1986. Dopo aver conseguito la laurea triennale in "Lingue e Culture europee ed extraeuropee" nella sua città, si trasferisce a Roma, dove ha conseguito la laurea magistrale in "Giornalismo ed editoria". Appassionata da sempre di musica e letteratura, collabora con diverse testate online occupandosi anche di politica ed economia internazionali. Nel tempo libero gira la Capitale in cerca di concerti ed eventi musicali di ogni tipo.

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