A Hard Day’s Night – The Beatles, la recensione del film

hard_days_night-locandinaIl 1964 è l’ “aetas aurea” della band di Liverpool e l’ufficiale atto di nascita della “Beatlemania”, psicosi collettiva che manda in delirio milioni di giovani fan, estasiati dall’indimenticabile “yeah yeah yeah” di “She loves you” o dalle melodie soffuse di “If i fell”. Epoca di isterismi di massa, apoteosi ed epifanie. Nell’ottobre del 1963 i “Fab Four”, al loro primo giro nel continente, scaldano la Svezia e subito dopo curano il luttuoso oblio americano nell’immediato post Kennedy grazie a “I want to hold your hand”, nata al pianoforte e sviluppata solo dopo il casuale accordo in Sol minore eseguito da McCartney davanti ad uno sbigottito Lennon. Dopo il trionfo statunitense e la memorabile sortita del quartetto all’ “Ed Sullivan Show”, il 16 marzo 1964 esce “Can’t buy me love”, registrata a Parigi durante il tour con Sylvie Vartan. Se il tempo beat batte sempre più forte, l’armonica di John rievoca Bob Dylan in “I Should have known better”, mentre la title track di “A Hard day’s night”, terzo album in studio, rappresenta l’ormai consolidato connubio artistico tra Lennon e McCartney. Consegnato alla storia anche il graffiante accordo di Harrison in apertura di brano, frutto della sua Rickenbacker 360 deluxe a dodici corde. La storia dei musicisti “più famosi di Gesù Cristo” è un cammino costellato di successi e cambiamenti epocali. Lo si vede già dall’incipit in medias res del film di Richard Lester, “A Hard day’s night”, nato come “operazione-traino” per la promozione dell’album omonimo e divenuto presto cult imprescindibile, collocandosi all’88esimo posto tra i migliori cento film britannici del ventesimo secolo. Paul, John, George e Ringo sfuggono all’orda di famelici fan osannanti e si rifugiano sul treno. Da lì in poi sarà un susseguirsi di irriverenti sketch, raffinate gag e avventure surreali che scolpiscono nella memoria collettiva le personalità dei Beatles: divertenti, esilaranti, nostalgici e riflessivi. Un film a suo modo esistenzialista, in cui è scardinata la morale condivisa dei benpensanti e la vecchia società conservatrice viene affondata come il sornione Lennon nella vasca da bagno, ripreso mentre gioca col sommergibile. Vetuste retoriche borghesi e conformismo parruccone sono spazzati via dai sarcastici siparietti (slapstick ma soprattutto tanto “british”), dalla fuga riflessiva di Ringo Starr che prova a diventare “l’uomo della folla” mescolandosi alla gente comune o dall’energia messa in campo dalle straordinarie esibizioni dal vivo con tanto di adolescenti strepitanti fino alle lacrime. Lester, che di sperimentalismo se ne intende, sceglie un rigoroso bianco e nero splendidamente fotografato da Gilbert Taylor in cui si alternano coraggiosi movimenti di macchina (virate improvvise, stacchi veloci). Il film, cronaca di un successo annunciato e bizzarra avventura sopra le righe, è riproposto in sala (dal 9 all’11 giugno) in versione restaurata 4k, completamente rimasterizzato e con titolo originale, il ben più efficace “A Hard day’s night” rispetto all’italiano (e dumasiano) “Tutti per uno”. Alle battute sarcastiche e alle burle dei quattro “mocker” (lo dice Ringo, paroliere del gruppo) si alternano i celebri brani tratti dall’album in un lungometraggio che consegna alla storia i musicisti, ma soprattutto gli uomini, in una sgargiante e irripetibile istantanea di un’epoca.

Trailer: http://youtu.be/_ZXJUOrLM2g

Vincenzo Palermo

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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