25 aprile 1945: cosa è rimasto della Liberazione d’Italia?

Il 25 aprile 1945, da tutti conosciuto come il giorno della Liberazione d’Italia, è la data simbolo scelta dal Alcide De Gasperi (1881-1954; presidente del Consiglio dal 1945 al 1953) per ricordare l’affrancamento del popolo italiano dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Nel 1946, per decreto legislativo, la celebrazione divenne una vera e propria festa nazionale. Il 25 aprile non è stato scelto per caso; proprio in quel giorno del 1945, infatti, l’Italia decise di ribellarsi al fine di liberare tutti i territori occupati al grido di “Arrendersi o perire!”, benché sia doveroso rammentare che il processo di liberazione proseguì fino ai primi giorni del maggio successivo. L’insurrezione prevedeva l’assalto dei quartier generali nazisti e fascisti e di tutti i presidi a essi collegati, contando sull’imminente arrivo della forza alleata.

Per la precisione fu il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, uno dei rami principali del CLN, cioè il Comitato di Liberazione) a proclamare e guidare la rivolta nel Nord con l’aiuto partigiano. Il CLN condannò a morte i gerarchi fascisti, tra cui Mussolini (morto il 28 aprile) e assunse la responsabilità politica del Paese fino al 1946 (ricordiamo che tra i fondatori del Comitato c’era proprio Alcide de Gasperi e che faceva parte del CLNAI Sandro Pertini, 1896-1990; presidente della Repubblica dal 1978 al 1985). Quel giorno finiva un’epoca buia, vent’anni erano stati strappati via dalle vite dei nostri nonni e dei nostri bisnonni, un’eredità pesante che condizionò il loro futuro. Tempo che nessuno potrà mai restituire loro.

Prima del 25 aprile 1945. La vita al tempo del fascismo

Come si viveva durante il ventennio fascista? La quotidianità prima del 25 aprile del 1945, giorno della Liberazione, seguiva un codice piuttosto rigido. La bibliografia in proposito è sterminata ma, forse, per cercare di capire le difficoltà affrontate dai nostri avi, dovremmo gettare uno sguardo alle “piccole cose”, alla quotidianità, insomma; si tratta di una parte esistenziale che si osserva, troppo spesso, in maniera distratta, eppure può raccontarci molte cose su noi e sulla nostra “italianità”.

Immaginiamo di avere una macchina del tempo in grado di trasportarci negli anni immediatamente precedenti alla Seconda Guerra Mondiale e di attraversare le strade delle città italiane come fossimo dei veri uomini e donne di quel tempo. Forse il nostro primo sguardo sarebbe per gli abiti; vestiti fino al ginocchio che mettevano in risalto le forme femminili grazie anche a reggiseni imbottiti e reggicalze, capelli lunghi e trucco appena accennato (il fascismo cercò di vietare i cosmetici, ma le donne, fortunatamente e come c’era da aspettarsi, se ne infischiarono); cravatta d’obbligo, capelli corti, uso generoso del gel, volto rasato simbolo di ordine, giacca e pantaloni.

Se avessimo fatto un giro per le strade, magari ci sarebbe capitato di incontrare dei bambini intenti a giocare: i maschietti rigorosamente con i calzoncini corti (anche d’inverno) e le femmine con la gonna a pieghe. Non era strano vedere bimbi giocare all’aria aperta anche durante la stagione fredda, con soldatini di carta e bambole di pezza (di solito i genitori non consentivano ai figli di giocare in strada con i giocattoli più costosi e delicati, come i trenini per esempio). Uno dei giochi più in voga era la “lippa”; si colpiva un bastone piccolo con uno più grande e vinceva chi riusciva a lanciarlo più lontano.

Non dimentichiamo, poi, che i bambini venivano inquadrati fin da piccoli nel “sistema” dittatoriale attraverso l’Opera nazionale balilla, divisi in base all’età e “seguiti”, “addestrati” a diventare bravi fascisti fino ai diciotto anni. Per persuadere il popolo Mussolini si servì di un mezzo propagandistico molto potente, i cinegiornali dell’Istituto Luce. I filmati, tutti rigorosamente approvati prima della diffusione, venivano proiettati anche nelle scuole o nei luoghi all’aperto; insomma, ovunque vi fossero tante persone a seguirli. Il duce riuscì, attraverso questi filmati, a instillare nel popolo italiano un forte sentimento identitario, di appartenenza e di grandezza, promettendo l’ascesa inarrestabile dell’Italia sia nella politica interna che in quella estera.

L’autarchia del linguaggio e dell’economia, per esempio, va vista in quest’ottica. Certo, Mussolini non era al riparo da contestazioni, battute ironiche e sberleffi e qui entrava in gioco la temibile macchina della censura che, almeno in pubblico, garantiva la totale adesione ai principi del regime in ogni ambito dell’esistenza. A tavola, invece, come si comportavano gli italiani? Purtroppo non c’era grande scelta e, sempre in nome dell’autarchia, stavolta alimentare, il fascismo voleva ridurre il consumo di carne (perché importata) e favorire i prodotti nazionali come il pesce, il pomodoro, la verdura, l’olio.

All’epoca si mangiavano minestre, pane su cui era stato messo un filo d’olio, formaggi, uova, latte. La carne era, comunque, un lusso per molti, al pari del caffè (tutti conosciamo, almeno per sentito dire, la terrificante “brodaglia” spacciata per caffè e servita ai tempi dell’autarchia e della guerra), entrambi consentiti solo nelle occasioni speciali come le feste. Non si buttava via niente e ciò che avanzava dal pasto del giorno precedente poteva (anzi, in molti casi doveva) essere mangiato il giorno dopo. Di solito si faceva la spesa quotidianamente, sia per questioni che oggi definiremmo “di budget” sia perché non esistevano i frigoriferi; solo le famiglie più benestanti potevano permettersi una apposita ghiacciaia nella quale conservare i cibi.

25 aprile 1945 liberazione d'Italia

 

25 aprile 1945. Cosa è rimasto della Liberazione d’Italia? 

Cosa ci ha lasciato il giorno della Liberazione d’Italia? Cosa è rimasto di quel 25 aprile 1945 e degli anni di guerra e di dittatura? Per le vecchie generazioni era ed è un ricordo indelebile, uno di quegli eventi che insegnano a vivere appieno la vita. Per i giovani potrebbe essere un’occasione per riscoprire il passato e da esso imparare a costruire il futuro. Uno dei difetti più grandi del popolo italiano è avere la cosiddetta “memoria corta”, la quale va a braccetto con una certa fatica a riconoscersi popolo unito.

Momenti storici come questi, invece, al di là delle discussioni sui vincitori e i vinti, dovrebbero farci comprendere che siamo una nazione, non perfetta ma, del resto, quale Paese lo è? Siamo un popolo che racchiude in sé molte anime diverse, eppure coese. Abbiamo superato situazioni in bilico tra la vita e la morte, come le guerre e la dittatura, ma siamo ancora qui. Forse il 25 aprile, questa Festa della Liberazione può insegnarci davvero a essere uniti e liberi, a diventare un popolo che crede in se stesso.

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