Un barbone mi disse…

Roma. Anno 2001, un giorno d’inverno, ore 14.
Ero sul 664, l’autobus che da Capannelle arriva a Colli Albani, per poi tornare indietro e compiere sempre lo stesso tragitto, ogni mezz’ora, ogni giorno.  Il 664 trasporta persone con il loro vissuto, con le loro ansie, con i loro sogni. Trasporta molti anziani che avrebbero tanto da raccontare se solo qualcuno li stesse a sentire, se solo qualcuno provasse a guardarli negli occhi intensamente, senza pregiudizi ma solo con l’umiltà di chi vuole capire. Dunque…io quel giorno ero lì, seduta, presa dai miei pensieri, speranzosa di riuscire a superare l’indomani un difficile esame, per cui avevo rinunciato alle serate con gli amici e in particolare a ritornare in paese per rivedere i miei cari, come facevo ogni mese: prendevo il pullman e, dopo tre ore di viaggio, arrivavo a Grottaminarda (Avellino) con la smania di ritornare subito a Roma per rituffarmi nel traffico e per rivivere la magia della città che come ogni altro luogo va vissuto per poter essere capito. Comunque, quel giorno, a quell’ora, ero sul 664 quando all’improvviso è entrato un uomo sulla sessantina d’anni, vestito di stracci e con un grande sacchetto di plastica. Si è fatto spazio tra la gente e con la mano mi ha fatto capire che dovevo alzarmi. L’ho fatto senza guardarlo, unendomi all’indifferenza generale che era quasi fastidio, causato soprattutto dall’odore nauseabondo che emanava. E, mentre continuavo a pensare, ho percepito il suo sguardo su di me. Mi sono girata e ho incrociato i suoi occhi azzurri che – a differenza dei nostri – erano vivi, intensi. Intanto una signora, avvolta in una sinuosa pelliccia marrone, si portava verso il naso la sua candida sciarpa bianca. E lui era là, solo, con la sua tosse e con lo sguardo vivo su di me.  «La conosce la Divina Commedia?», mi ha domandato. «Qual è la sua ambizione?», ha aggiunto. Quella frase mi ha turbato, tanto da impedirmi di rispondergli.  «Lo sa, io ho studiato. Anche lei deve studiare, crescere, evolversi». Ha continuato con insistenza mentre io mi chiedevo perché si stesse rivolgendo proprio a me. Il 664 era pieno di gente, di giovani. Perché proprio io? Forse avrà visto in me i suoi sogni di giovinezza. Forse anche lui aveva delle speranze. E perché non ha realizzato i suoi obiettivi? Perché è diventato un barbone? Le mie domande non hanno avuto risposta; la paura del diverso ha preso il sopravvento e il momento è sfumato: l’uomo è sceso dalle porte centrali trascinando la sua busta piena di cose, per noi altri inutili, e sfiorando leggermente la pelliccia della donna che si è spostata, infastidita, con l’indifferenza di chi ha ottenuto tutto dalla vita. Forse la risposta alle mie domande è  nascosta nell’ultimo gesto di quella donna.